LA FLORA APISTICA

Per flora apistica si intendono tutte quelle piante che producono il nettare dal quale le api ricavano il miele. Le piante con i loro fiori fanno parte della vita che le api svolgono all’aperto. Abbiamo già detto come le piante mettano a disposizione degli insetti pronubi il nettare per averne in compenso l’impollinazione che consente loro di riprodursi attraverso la formazione del seme dall’ovulo che sta nell’ovario dei fiori.

Ogni apicoltore conosce le piante dalle quali le api traggono il polline ed il nettare.

Oltre a sorvegliare le api, tiene d’occhio anche il loro nutrimento. Perciò sta attento allo sviluppo delle piante, alla loro fioritura e fa in modo che le sue api non restino mai a corto di ciò che a loro serve per vivere in condizioni ottimali.

Talvolta occorre spostare le api perché nei dintorni degli alveari non esistono fonti di cibo. Chi sceglie di fare un’apicoltura di tipo stanziale deve assolutamente tenere conto che in un raggio di almeno 3 km. dagli alveari ci devono essere abbondanti fonti nettarifere, altrimenti il posto scelto non è adatto. Non ci sarà produzione di miele e le famiglie saranno sempre deboli ed in pericolo di vita.

Le piante che costituiscono la flora apistica italiana sono molte e diverse tra loro.

Per motivi di tempo e spazio prenderemo in esame in questa trattazione divulgativa solo alcune delle piante che servono alla produzione del miele e precisamente quelle che si possono trovare nella zona in cui la maggior parte di noi vive e cioè il Pavese, nelle sue parti pianeggiante, collinare e montano.

L’elenco che faccio qui di seguito riguarda le specie che in Italia vengono usate per produrre miele. Quelle scritte in maiuscolo, e cioè le prime, sono quelle di cui parleremo in seguito e che sono presenti e maggiormente usate dalle api pavesi per la produzione del miele.

TARASSACO (Taraxacum officinale)

ACACIA o ROBINIA (Robinia pseudoacacia)

CASTAGNO (Castanea sativa)

ERBA MEDICA (Medicago sativa)

TIGLIO (Tilia cordata)

Questi sono i mieli monofora. Oltre a questi vengono anche prodotti il Millefiori e la Melata di bosco.

Altri mieli prodotti in Italia sono quelli di agrumi, eucalipto, girasole, sulla, cardo, trifoglio, corbezzolo, lavanda, erica e vari tipi di millefiori, da quello collinare a quello montano a quello mediterraneo etc.

La descrizione delle essenze che vengono usate dalle api per il miele prodotto nella nostra provincia sarà fatta a partire da un ordine cronologico di come le fioriture di queste piante si alternano nel corso dell’anno.

TARASSACO

Il Tarassaco o Cicorione o Dente di cane è una delle piante più diffuse nella nostra provincia. E’ una Composita come la Margherita o la Camomilla o il Girasole per intenderci. Una pianta ermafrodita il cui fiore è un’infiorescenza fatta di tanti piccoli fiorellini. Ogni petalo giallo ha un fiorellino liguliforme con stami ed un ovario che produce un frutto detto achenio provvisto di un pappo che gli consente di avere una disseminazione di tipo anemofilo, cioè aiutata dal vento, il famoso soffione che chissà quante volte abbiamo contribuito con un deciso soffio a disseminare nei prati che ci trovavamo ad attraversare, magari per raccoglierlo per fare un’insalata o una frittata.

E’ una pianta rusticissima, inattaccabile dalle malattie e provvista di una radice fittonante, anche lei commestibile, dalle proprietà diuretiche ed epatoprotettive. Esistono diverse varietà di taraxacum in Italia, almeno una quindicina. Le notizie riportate in questo paragrafo si riferiscono solo a T. Officinale.
Il nettario è posto sopra l'ovario, attorno alla base dello stilo. Il nettare prodotto è ricco di zuccheri (18-51 %), e tra essi prevale il glucosio (45,4%).
Le antere formano, saldate tra loro, una sorta di tubo attraverso il quale lo stilo, allungandosi, sospinge il polline, rendendolo fruibile agli insetti.
Il polline di tarassaco, di colore arancione vivace, viene liberato prevalentemente nelle ore del mattino. Ogni flosculo ne produce circa 5 mg, con un contenuto medio di proteine dell'11,1%, di zuccheri del 35%, di grassi del 14% e di sali minerali dello 0,9%. I granuli pollinici sono quasi sferici.
Il tarassaco è ricercato dalle api sia per il nettare che per il polline, è spesso competitivo nei confronti dei fiori dei fruttiferi e ne limita l'impollinazione. In annate favorevoli si possono ottenere discreti raccolti di miele di tarassaco.
Indipendentemente dalla produzione di miele la fioritura di tarassaco rappresenta un importante fattore per lo sviluppo primaverile delle famiglie di api.

Una volta era molto più presente in pianura dove faceva parte delle piante foraggere che venivano usate per nutrire il bestiame ed entrava nella composizione sia dei fieni di prato polifita, che negli sfalci freschi di erba per i bovini da latte.

Ora che di bestiame in pianura non ce n’è praticamente più, i prati sono stati sostituiti da riso e mais ed anche questa pianta la si può trovare solo nei pochi incolti e sui margini stradali. Il miele di Tarassaco che una volta si produceva anche in pianura ora, per i motivi che ho descritto prima, si produce solo in collina nei prati vecchi di erba medica e nel periodo che va dal 10 alla fine di aprile. In queste zone è una pianta molto importante dal punto di vista apistico in quanto questo periodo dell’anno vede il rinforzarsi delle famiglie proprio per questa fonte di approvvigionamento sia di nettare che di polline per la covata. Le famiglie che in questo periodo si rinforzano raggiungono le dimensioni numeriche importanti per essere in grado qualche giorno dopo, verso il 10 di maggio di bottinare tanto nettare di acacia.

Il miele di tarassaco viene prodotto da quelle famiglie che, ai primi di aprile, sono già abbastanza forti da aver già riempito il nido di miele. E sono pronte a salire sul melario che mettiamo appositamente a disposizione per il raccolto di tarassaco.

In linea di massima si può considerare pronta una famiglia d’api che ha già nel nido almeno 5 telai occupati dalla covata opercolata. Le famiglie forti comunque in questo periodo vanno tenute sotto controllo per cercare di evitare che sciamino in vista del raccolto dell’acacia. Per cui il mettere loro a disposizione un melario fa si che abbiano più spazio a disposizione e tendano a dividersi meno facilmente. Ovviamente esistono tutta una serie di altri accorgimenti per cercare di evitare la sciamatura dei quali parleremo nei capitoli successivi.

Comunque il miele di tarassaco è importantissimo come fonte di approvvigionamento per le api perché le rinforza e a noi fornisce un miele caratteristico, molto apprezzato dagli intenditori. Un miele dall’odore pungente che può piacere o no. Io ad esempio lo paragono al tartufo o al gorgonzola vecchio. Sono tanto puzzolenti quanto buoni.

Non si può dire che l’odore del miele di tarassaco sia tra quelli più invitanti. Mi sembra una via di mezzo tra l’odore di cane bagnato e quello di ammoniaca.

Il sapore invece lo trovo squisito. Ha una cristallizzazione molto rapida. Talvolta se non lo si smiela alla svelta rischia di cristallizzare nei melari. Va molto controllato prima della smielatura in quanto essendo un miele molto ricco di lieviti, se non è al di sotto del 18% di umidità, può andare in contro a fenomeni di fermentazione. E la stagione, aprile ogni goccia un barile, non è che aiuti molto da questo punto di vista.

La cristallizzazione è un po’ grossolana e il colore, da ambra chiaro allo stato liquido, diventa poi, con la solidificazione, decisamente giallo.

ACACIA o ROBINIA

Si tratta di una pianta della famiglia delle leguminose di origine nordamericana presente in Europa dal 1600 perché importata da un francese, tale Robin dal quale ha preso il nome. E’ stata una pianta molto usata in passato per consolidare i terrapieni, soprattutto quelli delle ferrovie e laddove c’era pericolo di smottamenti perché ha una rete di radici molto estesa in grado di contenere il terreno evitando appunto le frane. I risultati del loro disboscamento si possono vedere in molte zone dell’Oltrepo in cui, una volta eliminate i terreni hanno subito, nel giro di pochi anni, una notevole erosione. Una caratteristica di questa specie è la incredibile rusticità. Non mi ricordo di aver visto una robinia attaccata da parassiti ne fungini ne animali. E’ una pianta che si è diffusa un po’ ovunque nella nostra provincia come nel resto dell’Europa continentale, proprio per questa sua caratteristica e per il tipo di legno fornito che la rendeva anche adatta ad essere impiegata in passato come fonte di riscaldamento assieme ad altri alberi come faggi e querce.

Purtroppo dispiace constatare come l’insensibilità e l’indifferenza verso i problemi ambientali abbia fatto si che questo magnifico albero sia, da un po’ di tempo a questa parte, considerato come una pianta infestante, al pari della gramigna. Ne’ il suo bel portamento né le sue bellissime e profumatissime fioriture possono niente contro coloro che, amministratori locali o semplici proprietari terrieri, hanno deciso che queste piante debbano essere eliminate dalla faccia della nostra provincia. Basta dare un’occhiata lungo i margini stradali per rendersi conto di come il calo di questi alberi, una volta così numerosi , sia più che mai notevole e sconcertante. Abbondanti com’erano in Lomellina, ora sono stati completamente eliminati da chi ha deciso che dalla terra deve uscire solo ciò che rende dal punto di vista economico, come ad esempio il riso.

Ora che il riscaldamento è a metano si può creare il deserto. Nei posti in cui non esiste un’estetica del territorio non esiste, a mio parere, una concezione attenta, rilassata ed armonica dell’osservazione dell’ambiente in cui si vive. E’ un vero peccato che in Italia ci sia così poca attenzione per l’estetica ambientale.

Ma torniamo ad occuparci delle robinie dal punto di vista apistico.

Nelle zone della pianura e dell’Oltrepo la robinia riveste un ruolo fondamentale per il rafforzamento delle famiglie. La grande abbondanza di questi fiori profuma l’aria respirata dalle persone che hanno la fortuna di averle vicino ai posti in cui vivono ed inoltre attirano migliaia di insetti utili come i bombi e le api che approfittano di tanta abbondanza per fare grandi quantità di scorte. Tanto per semplificare la descrizione di cosa succede alle famiglie nel periodo del mese di maggio farò dei riferimenti a quanto succederebbe se le api vivessero libere.

Se non ci fossimo noi a tirar via il miele che le api producono succederebbe questa cosa: Ad un certo punto la grande abbondanza di fiori di tarassaco, fruttiferi e robinie fa si che le api aumentino di numero ed aumentino le scorte di miele. A quel punto la casa diventa piccola e non ci sta tutto quel che serve, api, covata, miele, polline etc.

La regina depone molto perché c’è di tutto in abbondanza, per cui, ad un certo punto, verso la metà di aprile, inizio maggio, le api sono così tante che nell’alveare non ci stanno più perciò l’alveare si divide con la sciamatura e metà famiglia se ne va a cercare un altro posto in cui vivere. Descriverò meglio questo meccanismo in seguito.

Comunque è proprio una questione di spazio che induce le api a sciamare.

Noi, cercando di evitare la sciamatura, facciamo loro spazio per fare in modo che le loro scorte di miele siano così abbondanti da bastare anche per mantenere noi.

Infatti nei periodi di abbondanza di nettare le api continuano a bottinare perché hanno lo spazio (i melari) che noi mettiamo loro a disposizione proprio per raccogliere il miele. Se noi non dovessimo mettere a disposizione i melari loro sciamerebbero sicuramente, le famiglie più forti anche più di una volta e produrrebbero solo il miele che serve loro per passare l’inverno. Mentre se trovano spazio continuano a raccogliere e stoccare, e noi a portar via, lasciando ovviamente loro quel che gli serve per vivere. Si fa insomma quel che fa un allevatore di vacche da latte. Non fa produrre alla vacca solo il latte che serve per mantenere il vitello ma anche quello che serve a noi. Tornando alle robinie, la loro fioritura dura una quindicina di giorni, durante i quali le api importano nettare in abbondanza. Le piante fioriscono in modo scalare. Iniziano verso i primi di maggio in pianura e, man mano che si va verso l’alto la fioritura è ritardata. Per cui nelle prime colline più basse e nei luoghi collinari più riparati fiorirà verso il 6-7 maggio, sulle colline intorno ai 500-600 metri verso il 13-15 maggio e, se le gelate le hanno risparmiate anche le robinie di fondovalle lungo i torrenti fioriranno verso il 18-20 del mese. I fiori della robinia sono riuniti in infiorescenze a grappolo di un bel colore bianco candido con sfumature gialline con i 5 petali caratteristici delle leguminose, i due della carena, le due ali e lo stendardo.

Il miele di robinia è il più chiaro e trasparente che ci sia. Il suo colore va dal giallo intenso al paglierino chiaro. Si può dire che più è chiaro e trasparente, e più è puro.

Il colore del miglior miele di acacia è simile a quello di un Pinot o di un Riesling.

Ha un aroma delicato e rimane liquido per molti anni in quanto la struttura polimerica dello zucchero del quale è costituito, il fruttosio, non gli consente di cristallizzare che dopo moltissimi anni. E’ uno dei mieli più digeribili e serve per dolcificare soprattutto thè e tisane quando non si vogliano usare dei mieli che tendono a coprire gli aromi delle erbe che vengono impiegate. E’ anche adatto ad essere usato nel latte per i bambini perché fornisce una riserva di energia prontamente utilizzabile.

CASTAGNO

Il mese di giugno è il mese della fioritura del castagno. La fascia collinare appenninica che va dai 200 ai 900 metri è caratterizzata dalla presenza di questo magnifico albero che in passato veniva usato soprattutto per i suoi frutti, per il legname da ardere e da falegnameria e per le palificazioni dei recinti e dei vigneti, oltre che per il fogliame usato come lettiera per il bestiame. Ora è molto meno sfruttato che in passato per lo spopolamento dell’alta collina e ancor più della montagna.

Il riscaldamento a stufa è ormai quasi del tutto scomparso e le palificazioni dei vigneti vengono fatte con pali di cemento. Lo spopolamento della montagna è stato per i castagni domestici una vera e propria iattura. So di molti alberi secolari che stanno morendo o sono già morti a causa della mancanza di cura derivante dall’abbandono dei boschi e della montagna in generale. Questi alberi maestosi, che una volta venivano curati mantenendo lo spazio circostante il loro tronco libero da concorrenti, ora sono trascurati e soffocati dai castagni vicini e dalle vitalbe che tolgon loro la luce necessaria a far si che possano vivere per altri secoli.

I castagni sono alberi che possono arrivare a vivere anche oltre 2000 anni. In Italia, assieme agli ulivi, sono quelli più longevi.

I loro fiori sono delle infiorescenze gialle simili agli amenti dei noccioli e la fioritura avviene dal 10 alla fine giugno. Alcuni anni è anticipata di qualche giorno, altri è ritardata leggermente a seconda dell’andamento stagionale.

Si tratta di una fioritura che, alle api, non risulta essere di quelle più gradite, infatti il miele di castagno è tanto più puro quanto meno esistano nei paraggi altre fioriture che verrebbero sicuramente preferite. Quindi per ottenere un miele di castagno il più puro possibile si devono portare le arnie in zone dove non esistano altro che boschi, prive di prati che, anche se in percentuale minima potrebbero contaminare la purezza del miele di castagno. E’ un miele inadatto alle api per trascorrere la stagione fredda, per l’alta presenza di tannino, quindi è meglio toglierglielo tutto e far loro immagazzinare per l’inverno il millefiori o, meglio ancora, l’erba medica.

Il miele di castagno ha un colore tipico ambrato scuro ed un sapore più o meno amarognolo ed è uno dei più nutrienti quanto ad apporto di sali minerali ed oligoelementi, contiene molto ferro ed è leggermente astringente. E’ senz’altro uno dei migliori nell’abbinamento a formaggi saporiti e stagionati.

ERBA MEDICA

L’erba medica è la pianta foraggera più diffusa in Italia nelle sue numerose varietà.

Il suo unico utilizzo è quello come alimento asciutto o umido per il bestiame.

Per cui viene somministrata in erba soprattutto alle lattifere o in fieno a tutto il bestiame, perché rappresenta una buona fonte proteica naturale.

Nell’Oltrepo, dove oramai l’unico bestiame rimasto è quello che si può trovare in montagna oltre i 1000 mt., l’erba medica resta comunque una delle tre colture più diffuse assieme alla vite e al grano col quale si alterna nello sfruttamento dei terreni collinari soprattutto quelli dell’Oltrepo occidentale. Proprio questo alternarsi in rotazione al grano fa si che questa leguminosa sia rimasta l’unica fonte di approvvigionamento naturale di azoto da parte delle altre colture. Proprio perché l’apparato radicale dell’erba medica, come quello di tutte le leguminose, è in grado di fissare l’azoto atmosferico, attraverso la presenza di azotobatteri fissatori.

In quest’ottica di pianta pressoché autosufficiente la medicago sativa è da considerare come una delle colture più ecologiche o biologiche che ci siano in Italia.

E’ rustica e non richiede trattamenti di sorta. Resiste a lunghi periodi di siccità perché ha una radice fittonante di alcuni metri e resiste anche nei terreni fortemente alcalini e argillosi.

I fiorellini dell’erba medica sono azzurri o violetti, riuniti in infiorescenze e sono simili per forma a quelli di quasi tutte le papilionacee, con una carena, due ali laterali ed un vessillo in alto al centro. E’ bello passare in un campo di erba medica fiorito, si viene investiti da un profumo incredibile. All’inizio della sua carriera di bottinatrice l’ape operaia deve imparare un comportamento particolare nell’approcciarsi ai fiori di medica in quanto il nettario per essere raggiunto dalla ligula costringe la neobottinatrice a passare in un punto del fiore in cui scatta un meccanismo a contatto da parte della pianta che imbratta l’ape di polline. Questo scatto spaventa l’ape che si becca un colpetto sotto al mento e la fa volar via. Dopo qualche visita le api cominciano a capire come devono fare per prendere il nettare passando in fianco a questo stilo che le colpisce per evitare appunto di venir colpite.

La pianta di medica è un’erba molto succosa alta circa 70-80 cm. con delle foglie trilobate che somigliano a quelle del trifoglio rosso, il trifoglio pratense.

I prati stabili di medica vengono mantenuti in un appezzamento per 3 o 4 anni, poi iniziano a diradarsi e devono essere riseminati o alternati per un anno o due con orzo o grano.

Il miele di erba medica è molto energetico e di sapore delicato, con aroma vagamente di vaniglia. Appena invasettato è di color ambra chiaro, poi nel giro di pochi mesi cristallizza e diventa quasi bianco con una bella cristallizzazione fine. E’ leggermente lassativo e abbastanza richiesto anche se non molto conosciuto come ad esempio l’acacia o il millefiori.

TIGLIO

Con il nome tiglio vengono indicate le specie di piante arboree appartenenti al genere Tilia, famiglia delle Tiliacee.
I principali caratteri comuni al genere sono i seguenti: altezza da 25 a 40 metri; apparato radicale espanso e profondo; chioma largamente ovoidale, ramosa e folta; corteccia dapprima liscia, poi fessurata; foglie semplici, alterne, lungamente picciolate; fiori ermafroditi, di colore bianco giallastro, generalmente molto odorosi, riuniti in cima alle estremità di un lungo peduncolo aderente ad una brattea membranosa di colore meno intenso di quello della foglia (ha dato il nome al genere: dal greco ptilon = piuma, da cui il latino tilia); il frutto è una piccola noce detta "carcerulo", completamente chiusa da un pericarpo molto spesso e quasi impermeabile all'acqua; il seme contiene da due a cinque ovuli, uno solo dei quali si sviluppa in un normale,embrione.
I tigli sono distribuiti in tutte le regioni temperate dell'emisfero settentrionale e sono utilizzati a scopo ornamentale.
Producono un legno ricercato; non sono, tuttavia, particolarmente apprezzati dai forestali in quanto incapaci di formare popolamenti puri.
Altri svantaggi dei tigli, nelle piantumazioni urbane, sono la notevole capacità pollonifera, la presenza di afidi e, quindi, di melata e fumaggini, e l'intenso profumo in fioritura che richiama numerosi insetti melliferi. Questo albero può raggiungere 30-35 metri di altezza, e 2 metri di diametro. La crescita è lenta, ma continua per secoli, ed alcuni esemplari hanno raggiunto dimensioni colossali: famoso il tiglio di Hupstedt (vicino ad Hannover), piantato, si dice nell'850 d.C. che ha un diametro di 8 metri; a Vallombrosa esistono esemplari con circonferenze di 3-4 metri.
La chioma è a cupola, con rami ascendenti. Corteccia dapprima liscia, poi fessurata longitudinalmente.
I rametti sono in genere lisci; spesso possono essere pelosi.
Le foglie sono grandi, lunghe 6-12 cm, verde scuro sopra, più pallide sotto, finemente pelose su entrambe le pagine, con ciuffi di peli bianchi all'ascella delle nervature (molto marcate) e con picciolo peloso di 3-6 cm..
Fiori di colore bianco-giallognolo, 2-7 per infiorescenza, con brattee di 5-11 cm.
Frutti grossi, con coste sporgenti. Una particolarità della pianta del tiglio è quella di avere la sagoma dell’albero praticamente della stessa forma della foglia con la punta verso l’alto.
Il tiglio nostrano è spontaneo nell'Europa centrale e meridionale. In Italia è presente in quasi tutta la penisola; è specie di montagna che cresce sporadica nei boschi di faggio e di abete bianco.
Viene piantato nelle alberature stradali perché, tra i tigli, è quello che emette meno polloni.
Nell'ambito di questa specie si distinguono tre sotto specie: la ssp. cordifolia, la ssp. platyphyllos e la ssp pseudorubra.
Tilia intermedia DC (= T europaea L. pro parte, T x vulgaris Hayne), tiglio ibrido. E' un ibrido naturale fra T platiphyllos e T cordata. Presenta caratteri intermedi tra le due specie ed è presente negli stessi areali. E' quasi sempre sterile; difficile da trovarsi allo stato spontaneo è utilizzato come pianta ornamentale per la vigoria e la resistenza alla siccità.

Personalmente il poco miele di tiglio che faccio raccogliere alle mie api mi costringe a doverle spostare perché nella zona in cui vivo non ce n’è una presenza significante al fine di ottenere un miele monofora. La fioritura è concomitante a quella del castagno, per cui si devono spostare le api in zone in cui i castagni siano assenti per almeno 3 km. attorno agli alveari.

Il miele che se ne ricava ha un bel colore ambra chiaro ed un profumo molto intenso che ricorda vagamente l’aroma del mentolo. E’ considerato adatto per dolcificare thè e tisane, soprattutto quelle calmanti perché si ritiene che abbia una blanda azione sedativa del sistema nervoso.

 

MILLEFIORI

Il millefiori è il miele che si ottiene da nettari di diverse specie botaniche in un certo periodo dell’anno che varia a seconda della zona in cui si produce. Nel Pavese il millefiori viene prodotto in pianura subito dopo l’acacia ed in collina dopo il castagno. Nelle zone al di sopra dei 900 mt. i pochi alveari che si trovano fanno solo il miele millefiori.

Il millefiori che producono le mie api viene raccolto nei mesi di luglio e agosto ed ha una componente in cui si possono distinguere come predominanti l’erba medica, la spiga d’oro o solidago, il rovo ed alcune melate di latifoglie degli estesi boschi che stanno davanti agli alveari.

Entrano ovviamente a far parte di questo tipo di miele anche altre piante come la lavanda, la piantaggine, la centaurea, girasole, etc.

La produzione di questo tipo di miele non richiede ovviamente lo stesso tipo di attenzione per così dire ‘morbosa’ che invece richiedono i mieli monofora, in quanto il posizionamento e la rimozione dei melari non devono essere così tempestivi ed accurati visto che ci si può permettere di mescolare nettari diversi. Diciamo che si può lavorare un pochino più rilassati. Oltretutto nel periodo del raccolto del millefiori i lavori in apiario iniziano a calare, la stagione volge al termine e nel mese di settembre si può considerare concluso il tempo da dedicare alle api, a parte le poche visite invernali di controllo. Insomma il lavoro di apicoltore è tanto bello quanto mal distribuito nel corso dell’anno.

Il miele millefiori rappresenta una bella percentuale del totale prodotto e, proprio il fatto di essere uno dei più prodotti, fa si che sia tra quelli che hanno un prezzo più contenuto.

Questo però non ci deve far pensare al millefiori come ad una sorta di miele di seconda qualità.

Tutt’altro. Il millefiori è uno dei mieli più completi e nutrienti dal punto di vista nutritivo ed è adatto a dolcificare di tutto. E’ sempre diverso per via delle piante che lo compongono che variano a seconda delle zone di produzione e dei periodi dell’anno.

 

MELATE

Esistono due tipi di mieli di melata, la melata di abete e la melata di bosco.

La melata di abete viene prodotta dalle api che prelevano la linfa che sgorga dalle ferite che vengono praticate da altri insetti sugli aghi degli abeti e la zona di produzione di questo tipo di miele è rappresentata dalle Alpi e dagli Appennini alle altitudini tipiche di questi alberi e cioè la fascia montana che va dagli 800 ai 1800 mt. E’ un miele di colore scuro, quasi nero, non dolcissimo, dal sapore di resina e legno bruciato che non cristallizza.

La melata di bosco invece è un miele che le api ricavano dalle latifoglie, pioppi, aceri, querce, salici, ontani, faggi ed altri cespugli ed erbe. E’ un miele relativamente recente in Italia in quanto la sua produzione si è diffusa con l’importazione accidentale alla fine degli anni ’70 dall’America della Metcalfa Pruinosa, un parassita degli alberi. Si tratta di un insetto della famiglia degli Emitteri, una specie di farfallina bianca che si nutre della linfa secreta dalle foglie, dalle cui ferite poi la linfa continua a sgorgare venendo così prelevata dalle api perché contiene sostanze zuccherine, soprattutto fruttosio.

La diffusione di questo parassita finora riguarda soprattutto il nord Italia ed in particolar modo nelle zone di fondovalle più umide e vicine ai fiumi. La produzione del miele di melata avviene nel periodo che va dalla fine di Giugno all’inizio di Settembre.

Si tratta di un miele che ha un colore scurissimo, quasi nero, che resta liquido anche per anni proprio grazie al fatto di essere costituito da uno zucchero come il fruttosio la cui struttura chimico-fisica ne impedisce la cristallizzazione. Ha un odore molto particolare simile a quello della frutta cotta o a quello dello sciroppo d’acero e, non essendo molto dolce, di solito è apprezzato anche da coloro che non amano il miele. E’ molto ricco di ferro e sali minerali ed oligoelementi perciò è consigliato nelle diete degli sportivi e di coloro che sono in fase di crescita. E’ anche il più indicato per la cura delle affezioni delle vie respiratorie, proprio perché essendo ricavato dalla resina è anche il più balsamico. Inoltre, ad una prova comparativa, è risultato il miele con la più alta carica antibatterica.