I NEMICI DELLE API (1)

 

Questo capitolo riguarda tutti quei fattori rappresentati da animali o malattie che sono da considerarsi come un pericolo per l’incolumità ed il benessere di ciò che sta alla base del lavoro dell’apicoltore e cioè le api. Perciò noi che le alleviamo dobbiamo farci carico in qualche misura della loro protezione. Inizieremo quindi a distinguere i rischi costituiti da altri animali e quelli costituiti dalle malattie che sono provocate da virus e batteri. Un capitolo a parte andrebbe trattato sul nemico uomo portatore di un altro fattore di rischio che è quello chimico a causa dell’uso indiscriminato e non selettivo di prodotti chimici nella coltivazione soprattutto degli alberi da frutta e del girasole, laddove questa pianta è considerata una coltura di primaria importanza.

Le api, in quanto animali, hanno, come tutti gli altri, dei nemici naturali che sono rappresentati quasi esclusivamente da uccelli insettivori e da altri insetti.

Quello che segue è un elenco dei principali nemici naturali delle api.

Uccelli insettivori (rondini, rondoni, balestrucci, topini, cince di ogni tipo, merli, gruccioni, etc.). Insetti (vespe, calabroni). Parassiti corporei (varroa).

E poi un certo numero di malattie come la peste americana, la peste europea, la covata a sacco, la nosemiasi,

 

                                           ANIMALI PREDATORI DI API

Dato per scontato che di orsi da noi non ce ne sono visto l’alto grado di antropizzazione delle nostre zone, possiamo comunque dire che nelle zone delle Alpi o dell’Appennino dove la presenza di questo plantigrado mette in pericolo le colonie di api viene ostacolato da efficaci reti elettrificate del tipo che viene comunemente usato per contenere le greggi di pecore e di altri animali al pascolo.

Gli animali che da noi sono pericolosi per le api sono innanzitutto gli uccelli insettivori, quelli che ho nominato prima, merli , cince, gruccioni, rondini, etc.

Laddove la presenza di questi uccelli non è così invadente io penso la si possa tollerare benissimo. Se il decorso stagionale è favorevole alle api e le fioriture non mancano, le api sono di solito numerose e possono tollerare benissimo di venir predate dagli uccelli che le hanno nel loro menu. Il problema si fa un pochino più pesante durante l’inverno, soprattutto quando vengono invernate colonie che non sono tanto forti. La presenza di predatori fa si che le colonie si indeboliscano ulteriormente. Ci sono delle cinciallegre che fanno delle api il loro cibo invernale preferito. Non che io abbia qualcosa contro le cince, anzi metto loro a disposizione delle casette nelle quali non faccio mai mancare pane e semi per aiutarle a passare l’inverno. Però se stanno lontane dalle mie api io sto più tranquillo. Perciò, dopo aver provato vari sistemi per tenerle alla larga dai predellini di volo, sono arrivato alla conclusione che quello che funziona meglio è quello delle strisce di domopak attaccate ad un cordino di quelli dei balloni che attacco alla prima arnia e tiro fino all’ultima della fila alla quale attacco, in corrispondenza di ogni entrata delle arnie una striscia di domopak di alluminio. Questo metodo ho notato che funziona abbastanza bene, perchè basta un minimo di movimento d’aria per far muovere le striscioline e far spaventare gli uccellini.

Uccelli che in certe zone sono davvero una calamità per le api sono i bellissimi gruccioni, detti anche uccelli apieri, appunto per la loro specializzazione nel catturare api. Da noi ce ne sono ma non in numero tale da prendere in considerazione delle forme di lotta. Mi pare di aver sentito che in Spagna, dove il problema è più sentito li tengano lontani dagli apiari con dei cannoni a gas per spaventarli e farli volare in zone meno rumorose.

I ragni sono dei grandi divoratori di api e non possiamo di certo metterci a fare le ragnatele in natura.

Un altro pericolo per le api sono i calabroni, soprattutto negli anni molto caldi in cui questi imenotteri si riproducono molto velocemente. Rappresentano un pericolo per le api in quanto molti di loro si specializzano nel catturare le operaie che portano a casa il miele pattugliando i predellini di volo e portandosi via un’ape alla volta per ‘romperle’ ed estrarre il miele dalla borsa melaria. A volte capita di vederli andare e venire con le api tra le zampe dal predellino di volo ad un ramo d’albero sul quale si mettono comodi a distruggere la povera ape. Contro questi insetti non è che si possa fare molto se non cercare di contenere l’infestazione catturandoli con delle trappole che taluni usano in primavera quando ancora non ci sono frutti in giro e che consiste nell’usare una bottiglia di plastica tagliata a metà e col collo infilato verso il fondo nel quale si mette una soluzione di aceto, zucchero e miele che ha più o meno la stessa puzza della frutta fermentata ed attira i calabroni al suo interno dal quale poi non riescono più a fuoruscire.

Prima di parlare in modo un pochino più approfondito del parassita considerato più pericoloso per le api e cioè la Varroa lasciatemi fare un breve accenno ad un nemico delle api del quale spesso non si parla, ma che fa la sua parte nel fare danni alle api. Sto parlando di noi uomini, anche apicoltori che, molte volte, con un comportamento a dir poco sconsiderato, provocano la diffusione di molte delle malattie delle api, prima fra tutte la peste americana. Non si deve dare per scontato che gli apicoltori sappiano riconoscere i sintomi delle malattie delle api, perchè non è sempre così.

Chi dell’apicoltura fa il suo principale mezzo di sostentamento in genere sa riconoscere le malattie delle sue api, perchè sa che la loro salute sta alla base dei suoi interessi, visto che le api gli consentono di vivere. Ma in Italia sono molti coloro i quali hanno fatto dell’apicoltura una fonte di reddito secondaria e perciò la trattano con superficialità. Quante volte mi è capitato di sentire degli ‘apicoltori’ improvvisati dire che si erano stufati di tenere le api e le lasciavano morire senza più proteggerle dalle malattie e dai parassiti, magari abbandonando materiali infetti in qualche angolo di cascina, comodamente raggiungibili da api sane di vicini che alle loro api tengono perchè, semplicemente le ritengono importanti e da proteggere.

Questo modo di fare è pericoloso e scorretto nei confronti, prima delle proprie api e di quelle altrui e secondo perchè nessuno di noi ha il diritto di fregarsene degli altri mettendo nei guai chi alleva le api in modo scrupoloso e attento.

Purtroppo in Italia questo genere di comportamenti provocati dall’indifferenza nei confronti di chi non ci interessa è molto diffuso. Penso anche al fatto che molte persone non amano vivere in un ambiente pulito e ben conservato e, appena possono si sbarazzano di ogni genere di rifiuti buttandoli nella natura. L’italiano medio ha una scarsa sensibilità riguardo i problemi dell’ambiente. Molti considerano ambiente solo quello in cui vivono. Le loro case ed auto devono essere pulitissime, perciò tutto quello che considerano rifiuti deve essere buttato fuori. Non importa dove, basta che sia fuori. Questo tipo di comportamento incivile è simile a quello menefreghista di chi non pensa che buttando in giro per il cortile materiale infetto di arnie le cui famiglie sono morte, mette a repentaglio, senza tanti complimenti, la salute di altre api.

L’altro discorso sui danni provocati dall’uomo alle api è comunque strettamente legato a quello appena fatto.

In una società in cui l’educazione civica non viene più insegnata nelle scuole è normale che gli individui di questa società pensino, in modo egoistico, che una volta che stanno bene loro, degli altri, chi se ne importa.

E questo è il discorso di chi per proteggere le proprie colture non esita ad usare con leggerezza ogni genere di pesticidi. A questo proposito mi piace fare un esempio che mi pare che calzi alla perfezione e dia una descrizione del problema che sto per affrontare.

Non so se si è capito da tutto quel che ho scritto finora, ma io sono di quelli che non amano uccidere gli animali. Proprio è una cosa che non mi è mai piaciuta. Sono di quelli che pensa che viviamo una volta sola e sono anche molto attento alla vita degli altri esseri viventi. Mi da fastidio vedere soffrire persino le piante. Non so se sia un pregio o un difetto. Sta di fatto che sono così e comunque questo modo di essere mi turba molte volte, ma la maggior parte delle volte mi fa apprezzare di più la vita e mi fa vivere in armonia con la natura. Allora, la questione è questa. Quando in auto percorro la valle in cui vivo, la valle Ardivestra, devo andare piano perchè altrimenti faccio una strage di farfalle. Quando, per andare o tornare da Pavia, percorro la valle Coppa, posso anche fare a meno di controllare l’asfalto perchè so che di farfalle non ce ne sono. Una fatica in meno, direte voi. Però sarebbe come dire, avveleniamo tutti gli animali che potrebbero finire sull’asfalto così non li investiamo. E’ giusto?

Qual è la differenza tra la valle Ardivestra in cui vivo e la valle Coppa?

Nella mia valle ci sono pochissimi vigneti. Nella valle Coppa ci sono quasi solo vigneti. E questo cosa comporta? L’impiego massiccio di pesticidi per eliminare tutti gli insetti. La lotta contro la flavescenza dorata della vite è condotta per la quasi totalità con fosforganici che non fanno distinzioni tra cicalina (scafoideus titanus) e farfalle, bombi, api. Distruggono tutto, sia che vengano irrorati dagli elicotteri che distribuiti coi trattori. Ma siamo in Italia e le minoranze non hanno diritti. L’apicoltura non rappresenta in Italia un settore importante come la viticoltura o la vendita di prodotti chimici, per cui...si arrangi. E sono purtroppo pochi coloro che praticano la viticoltura biologica ed usano il piretro per combattere la cicalina.

Il piretro infatti è molto meno nocivo alle api in quanto per essere efficace dev’essere distribuito dopo il tramonto, quando le api sono già tornate a casa, perchè è fotosensibile.

Lo stesso discorso vale per i grandi coltivatori di girasoli che fanno largo uso di prodotti chimici nocivi agli insetti utili.

E pensare che, per metter fine a tutto questo, basterebbe cercare di vivere la propria vita in modo meno egoistico, avendo un occhio di riguardo verso la vita, non solo nostra, ma anche quella altrui.

 

                                                  LA VARROA

Questo acaro parassita delle api è il responsabile della maggior parte delle morie di api che si verificano nel nostro paese da una ventina d’anni a questa parte.

Infatti, prima degli anni ’80 era diffuso soltanto in Asia, sull’ape cerana con la quale aveva ed ha raggiunto una situazione di equilibrio. Vive praticamente quasi soltanto nelle celle maschili di quelle api non mettendo così a repentaglio la sopravvivenza della colonia. Negli ultimi decenni, dagli anni ‘50 in poi si è diffusa tra le api russe ed anche quelle giapponesi per poi arrivare anche in Europa, America ed anche in alcune zone dell’Africa. Chi non è ancora stato contagiato da questo flagello sono gli australiani. Per i soliti motivi di spazio e tempo non starò a dilungarmi su tutte le ricerche che son state fatte sui vari metodi di lotta provati dai più diversi organismi sanitari. Quella che segue è una descrizione sintetica della vita riproduttiva dell’acaro Varroa Destructor e di come viene combattuta da coloro che non vogliono impiegare prodotti chimici sintetici.

La Varroa è un acaro che depone le proprie uova nelle celle delle api in cui viene deposta la covata, proprio perchè delle larve delle api si nutre. Il suo sviluppo inizia all’interno delle celle, soprattutto quelle maschili che sono più grandi e piene in primavera, e prosegue poi all’esterno delle celle direttamente sulle api, alle quali si attacca per succhiarne la linfa facendole così morire prima del tempo.

Le strategie di lotta alla Varroa possono essere di tipo chimico o biologico.

Nel primo caso vengono usati dei derivati del piretro che però tendono a lasciar residui nella cera e nel miele ed inoltre è stato dimostrato che inducono dopo alcuni anni una certa resistenza da parte dell’acaro al punto di divenire inefficaci.

Negli ultimi anni si è venuta ad affermare una sorta di lotta alternativa a quella chimica che si basa sull’impiego di prodotti quali oli essenziali ed acidi organici il cui impiego unito alla lotta meccanica primaverile ha dato dei risultati soddisfacenti nel controllo del numero dei parassiti. Infatti la Varroa, per il momento, non può essere debellata del tutto ma può essere contenuta numericamente in modo che non faccia troppi danni alle api. L’ideale sarebbe scoprire di quali malattie mortali soffre la Varroa per poterle diffondere all’interno degli alveari, un po’ come si fa per combattere biologicamente la carpocapsa che parassitizza i frutteti.

In ogni caso, in attesa di riuscire a far ammalare la Varroa si può combatterla abbastanza efficacemente con l’uso di oli essenziali di timolo, mentolo ed eucaliptolo e con acidi organici quali acido ossalico o lattico o formico. L’impiego di questi prodotti può essere fatto con le più disparate modalità, con strisce imbevute, con gocciolamenti, emulsioni, vaporizzazioni o sublimazioni dei vari prodotti.

Quella che ho già descritto nei lavori in apiario è la lotta che adotto io e che viene adottata anche da coloro che fanno apicoltura biologica. La riepilogo qui sotto brevemente.

Il primo trattamento per contenere la prima fase riproduttiva dell’acaro è quella dei telai trappola che vengono messi nelle arnie per tre volte a distanza di una settimana nel mese di aprile, quando le api sono in piena ripresa. I favi naturali costruiti vengono poi eliminati, come abbiamo già visto.

Il secondo trattamento è quello cosiddetto ‘tampone’ con gli oli essenziali per eliminarli soffocandoli coi vapori quando ancora il clima e caldo in agosto.

L’ultimo è quello con gli acidi organici. Io ho descritto quello che si fa con l’acido ossalico per gocciolamento con la siringa direttamente sugli insetti e che si fa da novembre alla fine dell’anno in assenza di covata.

 

                             

 

 

                                         

                                                        Varroa Destructor

 

                                          

                                           TARMA DELLA CERA

Quella che segue è una pagina che ho copiato da Internet e che descrive bene la Galleria Mellonella ed anche i metodi di lotta da adottare.

Protezione dei favi contro la tarma della cera

Galleria melonella L.

Jean-Daniel Charrière, Anton Imdorf

1997 (aggiornato nel 2004)


 

 

Protezione dei favi contro la tarma della cera

Specie di farfalle che minacciano i prodotti apicoli

Classe : Insetti Insecta

Ordine: Lepidotteri Lepidoptera

Famiglia: Piralidi o tarme Pyralidae

Specie: - Tarma grande della cera Galleria mellonella L.

- Tarma piccola della cera Achroia grisella

- Tarma della frutta secca Vitula edmandsae

- Tarma mediter- Esphestia kuehniella ranea della farina

La tarma grande della cera causa di gran lunga i danni maggiori all’apiario. Ogni anno essa provoca notevoli perdite materiali e finanziarie. Per tale motivo il nostro studio si baserà esclusivamente sulla sua biologia. I metodi di lotta contro la Galleria mellonella, in linea di massima, si rivelano altrettanto efficaci se impiegati nella lotta contro altre tarme che danneggiano i prodotti apicoli.


 

Centro svizzero di ricerche apicole (1997) 2

BIOLOGIA DELLA TARMA GRANDE DELLA CERA

Distribuzione geografica

La distribuzione geografica della tarma grande della cera corrisponde all’incirca a quella dell’ape. La sua propagazione è limitata dalla sua incapacità a superare prolungati periodi di freddo. Questo spiega perché i problemi legati alla tarma della cera sono meno acuti o addirittura inesistenti ad elevate altitudini. [1]

Patologia

La tarma adulta non provoca danni ai favi poiché il suo apparato boccale è atrofizzato non consentendole di assumere cibo in età adulta. Soltanto le larve si nutrono, distruggendo così i favi.

Inoltre, sia le tarme adulte sia le larve possono favorire la trasmissione di agenti patogeni di malattie gravi delle api (p. es. peste americana). Nelle colonie colpite dalla peste americana gli escrementi delle tarme contengono notevoli quantità di spore dell’agente patogeno, Paenibacillus larvae [2].

Stadi di sviluppo

Lo sviluppo della Galleria si svolge attraverso 3 stadi successivi: uovo, larva e pupa. Questa sequenza viene interrotta soltanto se la temperatura scende a livelli troppo bassi o in assenza di cibo. La durata del ciclo può variare da 6 settimane a 6 mesi in base alla temperatura e alla disponibilità di cibo. Le larve possono svernare in tutte e tre gli stadi: uovo, larva oppure pupa.


 

Centro svizzero di ricerche apicole (1997) 3

L'uovo

Solitamente grazie al suo ovidotto la femmina della tarma depone le uova in fenditure o anfratti, il che rende estremamente difficile per le api accedervi, evitandone la distruzione.

La larva

Una volta sfarfallata, la larva va immediatamente alla ricerca di un favo di cui nutrirsi e nel quale scava caratteristiche gallerie per proteggersi dalle api. La velocità di crescita e la grandezza finale dipendono direttamente dall’alimentazione e dalla temperatura. In condizioni ideali, durante i primi 10 giorni, la larva raddoppia quotidianamente il suo peso corporeo [4]. Il calore metabolico prodotto da questa crescita rapida è in grado di aumentare la temperatura dei “nidi delle tarme” ben al di sopra della temperatura ambiente. La larva si nutre principalmente delle impurità contenute nei favi, quali gli escrementi e i bozzoli delle larve delle api oppure di polline. Per accedere alle sue fonti di nutrimento, essa ingerisce anche della cera. Le larve allevate esclusivamente con cera pura (fogli cerei dei favi, favi appena costruiti) non terminano il loro sviluppo [4; 13]. I vecchi favi scuri che hanno contenuto spesso la covata sono i più a rischio. Alla fine dello stadio larvale, la larva fila un bozzolo di seta molto resistente su un supporto solido quale il legno dei telai o le pareti dell’apiario. Di frequente la larva fila il proprio bozzolo in una cavità che essa stessa ha scavato nel legno.

La pupa

All’interno del bozzolo la larva compie la muta, trasformandosi in pupa e poi in tarma adulta. Queste metamorfosi durano da 1 a 9 settimane.

L’insetto adulto (imago)

La grandezza ed il colore della tarma adulta possono variare notevolmente in funzione del tipo di cibo assunto durante lo stadio larvale e dalla durata dei vari stadi di sviluppo. Le femmine hanno una taglia maggiore [5]. Cominciano a deporre le uova tra il 4o e il 10o giorno dalla schiusa del bozzolo [5]. È di notte che la femmina tenta di entrare nell’apiario per deporvi le uova. Se la colonia è forte e la tarma non riesce ad entrare, le uova vengono deposte nelle fenditure del legno all’esterno.


 

Centro svizzero di ricerche apicole (1997) 4


 

Centro svizzero di ricerche apicole (1997) 5

Possibilità di lotta contro la tarma della cera

Negli apiari:

- disporre di colonie d’api forti (l'ape stessa è il nemico principale della tarma della cera);

- non lasciare mai cera o favi negli apiari inutilizzati;

- pulire periodicamente i supporti sul fondo degli apiari;

- sostituire regolarmente i favi;

- dopo un’infestazione massiccia di tarme della cera, distruggere le uova presenti nel legno e nei favi (p. es. sottoporre il materiale a trattamento a base di zolfo, a intervalli, per 2 o 3 volte).

Negli armadi di stoccaggio dei favi: (cfr. tabelle pag. 8 e 9)

Regola generale: indipendentemente dalla modalità di lotta scelta, nella stagione calda, è consigliato controllare frequentemente il materiale immagazzinato.

• Metodi tecnici

• Metodi fisici

• Metodi biologici

 

Spore di Bacillus thuringiensis

Il batterio Bacillus thuringiensis è stato scoperto nel 1911 e da qualche anno viene utilizzato con successo per la protezione delle piante. Il ceppo del batterio impiegato nel prodotti B-401, Certan® o Mellonex è stato selezionato espressamente per la sua efficacia contro la tarma grande della cera. Esso produce delle spore che contegono una tossina. Quando la larva della tarma della cera le ingerisce, la tossina viene liberata e va a danneggiare la parete intestinale dell’insetto, provocandone la morte. Poiché la tarma adulta non assume cibo, il prodotto non ha alcun effetto su di essa. Il batterio Bacillus thuringiensis è innocuo per i vertebrati (uomo, animali domestici) o per le api e non comporta la presenza di residui né nella cera né nel miele.


 

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• Metodi chimici

 

Zolfo (anidride solforosa, SO2)

Il trattamento a base di anidride solforosa consiste nella combustione di zolfo o nell’impiego di SO2 sotto forma di spray (l’SO2 è disponibile in bottiglia a pressione come gas liquido). Lo zolfo rimane uno dei mezzi più sicuri nella lotta contro la tarma della cera. È estremamente volatile, non liposolubile e presenta, pertanto, i rischi minori per api, cera e miele. Si consiglia di attendere 1-2 settimane dopo aver allontanato i favi dalle colonie prima di effettuare il trattamento (l’SO2 è inefficace contro le uova). Per maggior sicurezza si può effettuare un altro trattamento a distanza di 2 settimane.

Acido acetico

I vapori dell’acido acetico uccidono rapidamente le uova e le farfalle. La larva, soprattutto quella nel bozzolo, è lo stadio più resistente ai vapori ed è pertanto necessaria un’esposizione prolungata [3]. Per tale motivo, si consiglia di trattare i favi immediatamente dopo averli allontanati dagli apiari, prima che le uova si trasformino in larve.

Acido formico

La pratica ha dimostrato che anche l’acido formico può essere impiegato con successo nella lotta contro la tarma della cera. Il metodo d’impiego è simile a quello dell’acido acetico.

 

 

 

                           MALATTIE CAUSATE DA VIRUS E BATTERI

Le malattie più pericolose per le api sono, in ordine di gravità le seguenti:

Peste americana

Nosema

Peste europea

Covata calcificata

Covata a sacco

 

 

                                                   PESTE AMERICANA

La peste americana è una malattia causata da un bacillo che si chiama Bacillus Larvae ed è una malattia della covata che compare quando la concentrazione del numero di spore che la trasmettono raggiunge, all’interno dell’alveare, certi livelli.

I veicoli di diffusione della malattia sono essenzialmente due: le api operaie stesse e l’apicoltore che, direttamente o indirettamente, la passa da una famiglia all’altra, o usando guanti e leve contaminati, o scambiando telai tra le famiglie, oppure lasciando incustoditi materiali infetti come ho già detto prima. Molte volte anche l’acquisto di materiale d’occasione o di favi popolati per rinforzare le famiglie comporta la diffusione della malattia oppure il nomadismo e la vicinanza di colonie selvatiche infette.

Le api operaie la trasmettono da una famiglia all’altra perchè portano a casa loro del miele contaminato che hanno trovato incustodito o durante le operazioni di saccheggio di famiglie malate e ridotte di numero al punto da non potersi più difendere. Infatti la malattia, proprio perchè fa morire la covata, fa si che non vi sia ricambio tra api morte e api che nascono, per cui la famiglia va ad estinguersi. Le api non vengono colpite ma solo le larve che imputridiscono all’interno delle celle.

Le api giovani che sono addette alla cura della covata, quando vedono che le celle, anzichè avere una forma a cupola, assumono una forma leggermente incavata, le bucano per ripulirle, per questo il sintomo più evidente della peste americana sono le celle bucherellate. Da queste celle che vengono bucate le giovani operaie cercano di estrarre le larve morte ma senza esito perchè esse sono ormai ridotte ad una poltiglia filante e maleodorante. L’unico risultato che ottengono è quello di veicolare la peste dalle larve infette a quelle sane. Per essere sicuri che si tratti proprio di peste americana si deve ritagliare un pezzettino di favo e portarlo a fare analizzare. Se, infilando uno stecchino o una pagliuzza nella cella e tirandolo fuori si nota che la testa della pagliuzza è sporca di una sostanza marrone filante, si può quasi esser certi che si tratti di Bacillus Larvae. La cosa migliore da fare a questo punto è di mettere da parte tutti i materiali che sono venuti a contatto con quella sfortunata famiglia d’api e disinfettare tutto per bene con dei disinfettanti o col fuoco.

La cosa peggiore che ciascuno potrà notare, dopo un po’ che fa l’apicoltore, è che la peste americana capita quasi sempre alle famiglie più forti che poi sono quelle cui teniamo di più. Probabilmente perchè, essendo molto forti, hanno più api operaie in giro ed hanno quindi più probabilità di essere protagoniste di saccheggi a spese di altre famiglie, magari già malate, o semplicemente per il calcolo delle probabilità,essendo le più numerose hanno più probabilità di andare a trovare materiali infetti lontano da casa loro.

I comportamenti adottati in caso di peste americana sono diversi a seconda degli apicoltori. La maggior parte di quelli che sono in grado di riconoscere i sintomi, appena si accorgono che si tratta della tanto temuta malattia, tolgono i melari e una sera rinchiudono le api e le uccidono con l’anidride solforosa o con la benzina e, se la cassa è vecchia, bruciano tutto di notte in un buco di mezzo metro che verrà richiuso  salvando solo il tettuccio che passeranno poi alla fiamma. I melari verranno messi da parte e smielati per ultimi, dopodichè i telai verranno bruciati e i melari passati alla fiamma, oppure, se sono tanti, si potrà prendere in considerazione la convenienza o meno a portarli a far sterilizzare con i raggi gamma.

Alcuni considerano questo un rimedio troppo drastico e, soprattutto se la famiglia colpita ha una genetica particolarmente importante quanto a produzione e mansuetudine, prendono in considerazione la pratica appena descritta come estrema ratio e tentano, come biasimarli, di salvare la famiglia prima di eliminarla.

I tentativi, che la maggior parte delle volte si rivelano ahimè fallimentari, sono i più disparati. Quello che pare aver dato i risultati più incoraggianti sembra essere la messa a digiuno della famiglia. E’ un metodo per veri amanti degli animali, perchè è laboriosissimo. Ne faccio una breve descrizione che ciascuno potrà approfondire sulle pagine web o sui libri che parlano di questa pratica.

Si prende un’arnia vecchia che possiamo anche bruciare, la si chiude sotto e ci si mette di fianco all’arnia della famiglia malata alla quale sono già stati tolti i melari.

Si mettono dentro l’arnia vuota e vecchia tutti i telai della famiglia malata tranne uno, di solito quello con la regina che serve a raccogliere le api di ritorno. Dico subito che questo lavoro sarebbe meglio farlo in un posto in cui di api in giro ce ne siano poche o affatto a parte quelle della famiglia malata. Al posto dei telai malati pieni d’api si mettono dei telai senza nulla, solo il legno. Quando tutti telai con le api sono stati sostituiti dai telai vuoti si scuotono le api dell’arnia vecchia in quella d’origine. E, da ultimo quello con la regina, non prima di aver accompagnato sua maestà dolcemente sulle stecche di legno dell’arnia d’origine. A questo punto si richiudono le due arnie, quella vecchia sigillata e quella d’origine la sera quando tutte sono tornate a casa.

Quella vecchia che contiene la covata malata si mette al rogo di notte.

Quella con le api dentro si mette all’ombra e la si tiene chiusa 4 giorni, durante i quali le api costruiranno dei piccoli pezzi di favi naturali e si libereranno di tutte le spore della peste. Dopo 4 giorni si aprono e si lasciano uscire e si distrugge tutto il poco che hanno costruito col fuoco e le si trasloca in un’altra cassa che andremo a mettere al posto di quella d’origine e che conterrà dei telai già costruiti, nei quali la famiglia si sistemerà ormai guarita dalla peste.

Un altro tentativo da mettere in atto quando l’infezione è all’inizio, con poche celle colpite, è quello di eliminare solo il favo con le celle bucate. Può capitare che la malattia receda, non si sviluppi in modo conclamato ed irreversibile. Togliendo il telaio con i sintomi si abbassa di molto il livello di contaminazione.

L’impiego di antibiotici non ha dato i risultati sperati in quanto le spore della peste non vengono debellate e oltretutto si rischia di inquinare il miele con dei residui.

Si stanno tentando, a livello sperimentale già da un po’ di anni, delle forme di lotta biologiche con l’impiego di oli essenziali. Pare che l’olio essenziale di pompelmo e quello di timolo siano quelli che finora hanno dato i risultati migliori.

In ogni caso, purtroppo, la soluzione più efficace si è dimostrata quella di sterminare la famiglia ammalata e disinfettare tutto il materiale con la quale è venuta a contatto.

Resta sempre il fattore di rischio rappresentato dal comportamento ignorante e negligente di quegli ‘apicoltori’ che lasciano materiali contaminati in giro per le loro cascine. Bisognerebbe almeno avere l’accortezza di mettere in luoghi chiusi ed inaccessibili alle altre api le arnie dismesse che contengono dei vecchi favi.

 

                                

                                                            Peste americana

 

 

 

 

                                        I NEMICI DELLE API (2)

 

PESTE EUROPEA

E’ una malattia della covata provocata da batteri vari ed in particolare dal Bacillus pluton al quale si associano spesso il Bacillus alvei, lo Streptococcus apis, il Bactervum eurydice.  L'infezione viene trasmessa con l'alimentazione data alle larve dalle api nutrici e si pensa che anche la regina possa essere veicolo di contagio.
Il favo colpito si presenta con  le celle opercolate irregolarmente e le larve perdono il colore bianco brillante e poi giallognole e  assumono una posizione attorcigliata ed arricciata. La morte della larva avviene normalmente in età minore di quelle colpite dalla peste americana (generalmente prima dell'opercolamento) e la poltiglia non filante brunastra che si forma si dissecca sul fondo della cella in scaglie che possono essere asportate dalle api. I germi della peste europea, a differenza di quelli della peste americana, non originano spore da cio' ne deriva la minore pericolosita'.
Non tutte le razze di api sono attaccabili alla stessa maniera dalla malattia e tra esse in particolare si distingue quella italiana, molto attiva nel ripulire i favi. L'odore emanato dalla covata colpita varia a seconda dei batteri presenti e può essere acido o di putrefazione.
La malattia insorge con maggiore frequenza nei mesi di maggio-giugno, prima del raccolto principale, e puo' propagarsi all'interno dell'apiario mediante saccheggio o materiale infetto ; è favorita da climi particolarmente umidi e freddi. All'interno dell'alveare la propagazione avviene ad opera delle nutrici durante il nutrimento delle larve.
Quando la malattia è in stato di propagazione avanzata in momenti di scarso raccolto e con famiglie deboli occorre procedere come per la peste americana alla soppressione dell'alveare col fuoco ed alla disinfezione delle attrezzature. Viceversa se ci si trova  allo stato iniziale, con una famiglia  forte ed il raccolto abbondante , si può tentare la cura con somministrazione di solfato di idrostreptomi­cina e blocco della covata per 15-20 giorni, con successiva introduzione di regina giovane in modo da ottenere poi una rapida ripresa dello sviluppo della famiglia.

 

NOSEMIASI

Colpisce le api adulte e soprattutto le bottinatrici, è provocata dal Nosema apis, protozoo che vive e si riproduce nelle cellule dello stomaco delle api. Il nosema si trasforma in spore microscopiche attraverso le quali  trasmette l'infezione; queste  giungono insieme all'alimento nello stomaco dell'ape, ne attaccano i tessuti e si riproducono . I sintomi sono comuni ad altre malattie delle api adulte: gonfiore al ventre, forme diarroiche, incapacità di volo ed indebolimento generale . 
Qualora fossero  colpite anche le giovani nutrici, può manifestarsi mortalità della covata dovuta ad alimentazione scadente o carente.
La propagazione della malattia avviene per ingestione di alimenti od acqua contenenti spore del parassita, a causa di saccheggi, per scambi di favi infetti o nutrizione con miele proveniente da alveari colpiti.

Talvolta le condizioni ambientali influiscono sull’insorgere della malattia. Apiari situati in posizioni poco assolate nel periodo invernale non consentono alle api di apprezzare una temperatura esterna tiepida che le induca ad uscire per i voli di purificazione e una lunga permanenza forzata all’interno dell’alveare senza la possibilità di uscire per ripulirsi le fa ammalare di questa patologia che in alcuni casi può rivelarsi micidiale anche e soprattutto se gli apiari cono collocati in posizioni molto umide, poco ventilate ed esposte alla nebbia per periodi prolungati. Se le cause sono dovute ai motivi ambientali malsani l’unica soluzione è quella di spostare le api in posizioni molto soleggiate e ventilate.
In infezioni gravi e con famiglie deboli si deve ricorrere alla loro distruzione ed alla disinfezione del materiale con soluzione di soda ed acqua bollente e successiva asciugatura alla fiamma azzurra.
In infezioni lievi e con famiglie forti  in periodi di raccolto si può procedere alla cura, trasferendo la famiglia su favi puliti, somministrando sciroppo zuccherino con aggiunta di Cibazol o Fumidil B.

 

COVATA A SACCO

E’ provocata da un virus che colpisce l'ape allo stato larvale; il nome deriva dal fatto che le larve morte, se sollevate dalle cellette, si presentano a forma di sacco. L'infezione viene trasmessa dalle nutrici , col cibo somministrato nei primi giorni di vita alle larve; il colore di quest'ultime diviene dapprima giallo e poi bruno ; successivamente esse si disseccano trasformandosi in scaglie scure aderenti al fondo della cella. Normalmente le larve colpite sono poche e la malattia difficilmente viene riscontrata dall'apicoltore se non nei casi più gravi.
Non esistono mezzi terapeutici appositi per la lotta contro la covata a sacco e generalmente essa scompare durante l'estate, passato il periodo di maggiore stress della famiglia .

 

 

 

 

 

 

COVATA CALCIFICATA

La covata calcificata è provocata da un fungo. Le spore del fungo vengono distribuite dalle api adulte sia all'interno dell'alveare che all'esterno durante la loro normale attività. Possono ad esempio venire a contatto con fonti d'acqua, fiori o pollini in cui è presente un'alta carica di spore.

Anche attraverso il saccheggio possono essere importate spore. Nell'alveare le larve vengono contaminate con la nutrizione. Come molti altri funghi l'agente patogeno della covata calcificata prospera in condizioni di fresco -umido, in cui la spora può germinare al meglio. Di conseguenza la patologia si manifesta maggiormente in primavera e autunno. Le zone a più bassa temperatura del nido risultano in genere le più colpite. Allo stesso modo la scarsa ventilazione dell'alveare con ristagno di umidità può favorire la diffusione del patogeno. La patologia può apparire facilmente quando nell'alveare vi è sproporzione fra covata e api adulte. La covata tende così a raffreddarsi e a divenire più facile preda del fungo. Gli alveari non dovrebbero essere mantenuti in punti in cui risultino accumulare troppa umidità. Allo stesso modo l'ombreggiamento andrebbe per quanto possibile evitato e l'erba periodicamente rimossa dalla porta di volo. Quando si riscontra la presenza di covata calcificata per prima cosa verificare la corretta ventilazione dell'alveare e la possibilità di eliminazione dell'umidità. In secondo luogo aggiungere api adulte o al contrario togliere covata che si possa ipotizzare non adeguatamente riscaldata, verificando se il legno del telaio risulta freddo o tiepido. La suscettibilità alla covata calcificata deriva poi da condizioni genetiche. Può dunque essere il caso di cambiare la regina. Bisogna osservare che allo stato attuale non è possibile sapere a priori se il ceppo genetico proveniente da una nuova regina sarà suscettibile alla patologia, dunque non si può essere sicuri che cambiando la regina si risolverà il problema. Si è però sicuri di quanto è suscettibile alla patologia il ceppo prodotto dalla regina presente e che attraverso i fuchi che immette nell'ambiente va a perpetrare le caratteristiche di suscettibilità alle generazioni successive.

Le spore di covata calcificata possono persistere nei favi e nel materiale per anni. Ciò sembra un buon argomento per una disinfezione regolare .Da ultimo evitare per quanto possibile gli stress e trattare la varroa in maniera che questa non risulti a sua volta forma di indebolimento della colonia.