IL LAVORO NELL’APIARIO   

 

Il lavoro nell’apiario è quello che l’apicoltore svolge a contatto con le api.

Per fare una descrizione dei lavori che si svolgono all’aperto parlerò di tutte le attività prendendo in esame la sequenza cronologica degli avvenimenti a partire dal primo mese dell’anno fino all’ultimo, cioè da gennaio a dicembre di ogni anno.

 

GENNAIO

E’ il mese dell’anno durante il quale il lavoro da fare a contatto delle api è praticamente inesistente. L’unica cosa che mi limito a fare in questo mese è passare davanti alle entrate delle arnie per vedere, durante le giornate più calde, se le api volano o no. Passo in rassegna una ad una tutte le famiglie. Mi metto lì davanti a vedere se c’è poco o tanto movimento. Se, nelle giornate soleggiate, dalle entrate vedo che c’è un bell’andirivieni non mi preoccupo e passo oltre. Se invece noto che di api se ne vedono uscire ed entrare poche comincio ad indagare il motivo di così poco movimento. Prima di aprirle faccio un paio di piccoli test. D’inverno, secondo me, le api meno si aprono e meglio è. Allora vado dietro e tiro un pugno alla cassa per vedere se succede qualcosa, del tipo se si sente il brusio delle api vive all’interno e che intensità ha questo brusio o se ne esce qualcuna a vedere chi ha bussato. Anzi, prima ancora sollevo da dietro la cassa un pochino per sentire se è leggera o pesante, per essere sicuro che abbiano da mangiare. Controllo se le loro deiezioni sono regolari e cioè arancioni ed allungate, delle striscioline di circa 1cm. Se sono invece scure ed imbrattano l’arnia, soprattutto il predellino di volo e sono maleodoranti allora inizio a sospettare che ci siano problemi di salute come ad esempio una diarrea dovuta ad una malattia che si chiama nosemiasi o nosema che si verifica soprattutto negli inverni più umidi o in quei posti in cui vi siano dei ristagni di aria umida e poco ventilati. Vedremo poi nel capitolo che riguarda i nemici delle api come si può cercare di combattere questa malattia, quali sono i rimedi e la prevenzione.

Poi do un’occhiata al cassettino di lamiera antivarroa che sta sotto al fondo di rete dell’arnia per controllare dalle briciole di cera degli opercoli dove stanno le api, in che punto dell’arnia e se le briciole sono fresche e chiare o vecchie. Questo mi dice se le api stanno mangiando il miele e su quanti telai stanno distribuite e su quali. Le briciole di cera sono quelle degli opercoli che vengono rimossi per poter mangiare il miele che c’è dentro alle celle. Vedo se ci sono varroe morte, l’acaro parassita delle api o se ci sono granuli di polline. Se dovessero avere bisogno di cibo provvedo mettendo loro a disposizione dei telai pieni di miele in sostituzione di quelli vuoti o dei panetti di candito che è zucchero solidificato che vendono apposta per nutrire le api. Sono come dei mattoncini bianchi che vengono messi sopra il buco dei coprifavi per renderli accessibili alle api. Se però in quel punto, in corrispondenza del buco, non si vedono api bisogna aprire la cassa con qualche sbuffo di fumo e mettere il panetto di candito direttamente sui telai dopo aver aperto un foro nella plastica che li contiene perché siano accessibili alle ligule delle api. Se l’arnia non si richiude si deve mettere il coprifavo al contrario se è a cassetto, sennò si deve mettere un melario vuoto e poi il coprifavo ed il tettuccio altrimenti lo spessore del panetto impedisce di richiudere .

Se noto qualcosa che non mi convince e la giornata è bella allora apro l’arnia e vedo cosa c’è che non va, se ci sono poche o tante api, se hanno le scorte di miele vicine ai telai che occupano, se i telai sono integri o muffi, se ci sono ristagni d’acqua, buchi di topi, se ci sono api morte all’interno. Le api morte all’interno in una famiglia che funziona bene non dovrebbero esserci. Esiste per ogni famiglia una specie di agenzia di pompe funebri, qualche centinaio di api operaie che si fanno carico, in un certo periodo della loro vita, di fare le becchine e cioè portano fuori dall’arnia tutte quelle loro compagne che ci muoiono dentro. Per questo motivo l’arnia è uno degli ambienti più puliti che si possano trovare abitati da animali. Soprattutto per il fatto che le api non sporcano mai all’interno dell’alveare ma escono anche durante l’inverno per i cosiddetti voli di purificazione che consentono loro di liberarsi delle deiezioni durante il volo. Provate a guardare il tetto o il cofano della vostra auto come vengono decorati dalle api durante le belle giornate invernali in cui la temperatura superiore ai 10 gradi consente loro di uscire di casa. Il fatto che le api abbiano la possibilità di volare anche durante l’inverno è strettamente legato alla temperatura esterna. Periodi prolungati di mal tempo o di tempo troppo freddo costringono le api a dover rimanere rinchiuse senza la possibilità di fare voli di purificazione per liberarsi dalle loro scorie e questo, più ancora del freddo in se stesso, rappresenta la principale causa di morte delle api durante i periodi freddi. Insomma le api non muoiono per una notte in cui va a -20°, ma muoiono se la temperatura esterna non supera per un mese i +4° o +6° perché, non potendo uscire, non possono liberarsi dei loro rifiuti. Io cerco di usare degli accorgimenti per evitare di disperdere troppo calore, come ad esempio mettere uno strato di poliuretano tra coprifavo e tettuccio.

Non so se sia in effetti un aiuto o piuttosto un palliativo. Mi fa pensare che il calore salendo verso l’alto si disperda meno se c’è una qualche forma di isolamento.

Diciamo che in questo periodo bisogna anche avere un po’ di fortuna e sperare che l’andamento stagionale sia favorevole e le giornate belle siano più di quelle brutte.

Un inverno mite ci consentirà di salvare molte api e di veder presto ripartire le colonie aiutate dal polline del nocciolo, che già in questo mese, se non è troppo rigido, inizia a fiorire. Molti anni che hanno visto dei bei gennai, verso la fine del mese è capitato di vedere arrivare operaie cariche di palline bianche. Quando succede si può essere certi che la famiglia sta bene e l’importazione di polline è sintomo di una ripresa dell’ovodeposizione da parte della regina. Le api, che, come si sa, sono una società perfetta, sanno autoregolarsi e mettono al mondo i figli quando se lo possono permettere. La regina depone se vede che arriva da mangiare per la covata, altrimenti rimanda. Non depone se non arriva polline.

Perciò, prima fioriscono i noccioli e prima inizia a ripartire la famiglia. Se, per ragioni di tempo troppo freddo, i noccioli non fioriscono le regine aspettano a deporre.

Le api che popolano l’arnia in gennaio sono, a parte la regina, tutte operaie e sono quelle che vivono più a lungo; hanno visto la luce in ottobre e resistono fino a marzo, proprio per il rallentamento del loro metabolismo che non le costringe, come le loro colleghe estive e primaverili, ad un lavoro estenuante.

Le principali cause di morte delle api che muoiono d’inverno sono dovute alla predazione da parte degli uccelli insettivori come merli, cince, etc. che si appostano sul predellino di volo sotto al portichetto ed aspettano che le api escano per portarsele via con un colpo di becco. Allo scopo di scoraggiare questo tipo di predazione ho ritagliato da una lamiera una sagoma a forma di poiana che avevo appeso ad un ciliegio vicino alle arnie e che si agitava con il vento. Gli uccellini per un po’ sono stati lontani dalle arnie ma poi si sono abituati ed hanno ricominciato a banchettare.

Forse si dovrebbero tirare davanti alle arnie dei fili colorati o delle strisce di carta stagnola luccicante che si agita col vento. Magari funziona.

Per riepilogare si può dire che gennaio è il mese in cui sicuramente il lavoro nel laboratorio al chiuso è senz’altro molto maggiore di quello che si svolge all’aperto.

Vedremo nel paragrafo successivo il motivo per cui si lavora di più all’interno, anche se nemmeno in mieleria si può dire che in gennaio ci sia da tirarsi il collo.

 

 

FEBBRAIO

Il mese di febbraio non è molto diverso da quello di gennaio, fa sempre freddo anche se le ore di sole cominciano ad essere più numerose. Verso la fine del mese, con la fioritura dei salici possiamo essere quasi certi del fatto che le regine hanno ricominciato a deporre, se l’andamento stagionale è tipico.

Io sono di quelli che tendono a non aprire in questo periodo le arnie se non si nota qualcosa da fuori che non convince. Per cui mi limito a controllare il peso delle casse, i cassettini ed i voli, come nel mese di gennaio. Se tutto mi pare che fili liscio non tocco niente. Una delle cose che mi interessano di più in questo periodo è controllare l’importazione di polline da parte delle operaie, per i motivi che ho descritto precedentemente. Se portano polline a casa vuol dire che sono in ripresa e la covata è già presente e questo è sintomo di un buono stato di salute della famiglia di solito.

A differenza che nel mese di gennaio, oltre ai voli di purificazione si potranno notare anche le api con le caratteristiche palline di polline attaccate alle ultime zampette posteriori. Nelle zone in cui sono presenti fioriture invernali estese le api hanno una fonte di nettare che le fa partire in anticipo rispetto a quelle che vivono in zone dove le api devono aspettare le fioriture primaverili. Con un andamento stagionale senza sorprese, le famiglie che possono disporre di polline precocemente saranno più forti in primavera e potranno così raccogliere il tarassaco oltre che la robinia e gli altri nettari. Il problema si presenterà verso aprile quando la loro forza sarà tale e il loro numero così elevato da indurle più facilmente alla sciamatura. Le famiglie che in questo periodo non danno segni di vitalità vanno indagate. Perciò si apre l’arnia per vedere come stanno all’interno. Se si trovano famiglie orfane, senza la regina, vanno riunite ad altre famiglie con poche api per salvarle facendo in modo che rinforzino l’altra famiglia debole. Alcune famiglie forse dovranno essere nutrite con miele o candito, per cui si dovrà provvedere a fornire loro i favi che abbiamo messo da parte in mieleria, soprattutto quelli che contengono mieli chiari. I mieli scuri come il castagno o la melata sono inadatti per la nutrizione invernale delle colonie.

Altre famiglie dovranno essere controllate per vedere se hanno scorte di polline. Se sono carenti devono essere aiutate con dei telai contenenti polline oppure con degli alimenti proteici surrogati del polline che sono in vendita nei negozi specializzati.

Uno dei compiti più mesti che ci tocca in questi mesi invernali è quello del ritiro delle arnie vuote perché le famiglie che le abitavano sono morte. C’è da dire che una mortalità del 10% è da considerarsi accettabile nel corso dell’annata. L’anno scorso, durante l’inverno2002-2003 ho battuto tutti i record, mi è morta solo una famiglia su un’ottantina che ne avevo invernate. Quest’anno invece ho pareggiato il conto con l’anno scorso perché me ne sono morte 20. Il 2003 è stato un anno con una siccità durata sei mesi durante i quali le famiglie non hanno potuto fare scorte di polline a causa della mancanza di fiori perciò si è stati costretti ad invernarle deboli, così è successo che l’ultima ondata di freddo di febbraio ha decimato le più scarse.

 

 

MARZO

In questo mese le famiglie sono in piena ripresa nella zona dell’Oltrepo centro-occidentale. Iniziano a fiorire le veroniche, i cosiddetti occhi della madonna, poi i lamium, le epatiche, le primule, le viole, le stellarie, i ranuncoli bulbosi e tante altre piccole pianticelle che forniscono sia nettare che polline. Nelle giornate di bel tempo l’attività delle operaie si fa frenetica ed è tutto un via vai continuo ad importare polline e nettare. Verso la metà del mese smetto di osservare le famiglie solo dal di fuori o di controllare solo quelle che mi sembra che abbiano dei problemi ed inizio a controllarle tutte, una ad una, aprendo le arnie con il libro delle api appoggiato sull’arnia vicina. Ogni volta che richiudo un’arnia scrivo, alla pagina corrispondente al numero dell’arnia aperta, la data del giorno del controllo e le condizioni in cui ho trovato la famiglia. L’annotazione più importante, che è poi quella che mi dice di più sullo stato di salute è quella che riguarda il numero di telai occupati dalla covata.

Per cui ad esempio segno alla pagina numero 82 che è quella appunto della famiglia 82, 15-3-2004    3 t.c.  cioè 3 telai di covata.

Queste annotazioni mi servono per segnarmi cose che altrimenti non ricorderei. So che quella famiglia è in determinate condizioni e so quale sarà più o meno la sua evoluzione futura. Dopo essermi segnato sul libricino lo stato di salute di ciascuna famiglia penso ai provvedimenti da prendere per aiutare le famiglie più deboli o con dei problemi. Le famiglie che hanno poco miele vanno sempre aiutate con i telai di quelle che invece ne hanno troppo o di quelle che sono morte, sempre che non siano morte a causa di infezioni. Oppure questo è il periodo dell’anno in cui si può ricorrere alla cosiddetta nutrizione stimolante e cioè la somministrazione di sciroppo tramite una scodella di plastica che viene posta sul buco del coprifavo che consente alle api di prelevare lo sciroppo senza cadervi dentro. Lo sciroppo lo possiamo fare noi in questo modo: io prendo un contenitore trasparente di vetro. Ci metto dentro 3 kg. di zucchero e poi aggiungo 3 lt. di acqua calda, dopo di che agito fino a che lo zucchero non si è disciolto del tutto e l’acqua diventata trasparente. Poi lascio lì un po’ per far raffreddare un pochino lo sciroppo e quindi lo vado a vuotare nelle scodelle di plastica sopra i coprifavi fino a riempirle. Questa nutrizione con sciroppo si chiama stimolante in quanto stimola le regine alla deposizione delle uova, il che è essenziale per riuscire a preparare le famiglie belle numerose in vista del raccolto di acacia.

La visita che ho fatto mi dice innanzitutto quali sono le famiglie forti e quali le deboli. Quelle che hanno pochi telai di covata andranno aiutate con l’immissione di ulteriori telai di covata provenienti da quelle famiglie che invece ne hanno in abbondanza. Ad esempio se trovo una famiglia che di telai di covata ne ha uno solo o due, e so che la sua vicina ne ha 4, ne tolgo uno alla vicina e lo metto a quella che ha meno api e meno covata e me lo segno per vedere se alla visita di quindici giorni dopo la famiglia ha bisogno di altri telai di covata o si arrangia da sola.

Questo tipo di pratica si chiama ‘messa in pari’. Si cerca cioè di fare in modo che le famiglie forti aiutino le deboli a tirarsi su distribuendo le api in modo…equo e solidale. Quando gli apiari di un apicoltore sono più d’uno in postazioni distanti tra loro più di 3 km. e i telai spostati vengono spostati da un apiario ad un altro si può star certi che tutte le api spostate vanno a far parte della famiglia ricevente, altrimenti se vengono spostate tra famiglie di uno stesso apiario tutte le bottinatrici appena si accorgono che quella non è casa loro, quando volano fuori a bottinare, se ne tornano dove erano abituate a tornare di solito, e cioè nella famiglia di provenienza.

Infatti, per questo motivo alcuni apicoltori, nel tentativo di rimediare almeno un po’ di api di casa, quelle giovani addette alla covata che non hanno ancora volato, dopo avere spostato il telaio di covata, ne prendono un altro della famiglia forte e lo scuotono liberandolo delle api e facendole cadere nell’arnia ricevente.

Il mese di marzo è l’ultimo in cui potevamo permetterci di prendercela comoda.

La pacchia è finita, siamo in…

 

APRILE

E questo è il mese in cui, chi ha un certo numero di alveari, alla sera non si addormenta, sviene direttamente, perde i sensi sul primo divano su cui si spalma.

I lavori in questo mese sono talmente tanti ed assidui che se uno ha un centinaio o più alveari si tira letteralmente il collo.

Come abbiamo potuto notare tutti quanti, aprile è il mese dei colori, personalmente è il mio mese preferito. Ovunque ci si giri, qui a casa mia è un tripudio di fiori di ogni tipo, iniziano i mandorli, poi peschi, ciliegi, tarassaci, margherite, viole, ranuncoli, alberi da frutta di ogni tipo, meli, pruni e prugnoli, forsizie, glicini, insomma di tutto di più. Uno spettacolo di profumi e colori indescrivibile. Con una tale abbondanza e con il clima finalmente mite che fanno le api? Nelle giornate di sole caldo sono come completamente eccitate e vanno e vengono in continuazione dalle arnie. Questo è il periodo in cui l’importazione di polline è più massiccia e in cui le regine lavorano a tutto spiano a deporre fino a 2000 uova al giorno. Le api operaie ceraiole costruiscono i favi nel giro di 3 o 4 giorni, quindi si deve approfittare per mettere a disposizione delle famiglie più forti dei fogli cerei per farglieli costruire.

Questa enorme importazione di polline fa si che le famiglie crescano in modo esponenziale, per cui vanno tenute d’occhio ed aperte ogni settimana, per controllarne il numero e lo spazio. Più api ha una famiglia e meno spazio ha a disposizione, per cui tende a sciamare e a noi questo non fa molto piacere, perché la famiglia deve avere la forza numerica giusta per il raccolto della robinia che, dalle nostre parti, è considerato il più importante. Come si fa per portare le famiglie d’api in condizioni ideali per avere un buon raccolto di miele di acacia? Probabilmente se lo si chiede a 10 apicoltori potremmo scoprire 10 metodi diversi. Ognuno si regola secondo la sua esperienza. Tuttavia ci sono alcune regole che sono comuni a tutti, le sfumature variano. Intanto la cosa che più ci preme è cercare di evitare la sciamatura. Le api non dovrebbero moltiplicarsi o dividersi quando fa comodo a loro ma quando e come lo decidiamo noi. Perciò ci sono degli accorgimenti che tendono ad evitare questa antieconomica e scocciante pratica naturale. Siccome le api aumentano in questo periodo in modo vertiginoso, noi dobbiamo sempre scriverci sul libretto delle api quanti telai di covata opercolata hanno le famiglie, perché quelle api, quando di lì a poco nasceranno, riempiranno l’arnia causando problemi di spazio alla colonia.

Per cui molte di quelle api andranno tolte da quell’arnia, specialmente quando si vede che fanno fatica a starci dentro e fanno ‘la barba’ fuori dal predellino di volo. Si devono controllare spesso all’interno per vedere se stanno costruendo celle reali.

Le celle reali sono completamente diverse da quelle delle operaie o dei fuchi, hanno una forma allungata, come un ditale lungo 2,5-3 cm. con la punta verso il basso e stanno di solito vicino al bordo in basso dei telai centrali o al bordo verticale, qualcuna la si può trovare anche al centro. Queste al centro se sono belle grosse sono quelle da tenere quando ci servano per fare dei nuclei o da donare a quelle famiglie che sono rimaste orfane. Di solito le famiglie forti, molto numerose hanno molti telai di covata e, intorno al 5-10 di aprile iniziano a costruire celle reali per far nascere regine e preparasi alla sciamatura. Quel che noi facciamo per evitare che sciamino e fare in modo che la famiglia resti forte è di eliminare le celle reali più piccole e brutte e destinare quelle più belle alla produzione di sciami artificiali. In pratica si apre l’arnia sbuffando fumo dall’affumicatore, si passano in rassegna tutti i telaini. Ad esempio se ne abbiamo contati 5 o 6 di covata al 3 di aprile, questa famiglia alla fine del mese avrà così tante api da sciamare sicuramente. Per cui bisogna togliere covata.

 

COME SI FA UNO SCIAME ARTIFICIALE O NUCLEO

Si prepara un’arnia vuota o un cassettino pigliasciami di polistirolo vicino alla cassa che ha troppe api. Si fanno passare tutti i telai contando quelli con covata ed eliminando eventuali celle reali. Se al 3 di aprile ci sono 5 telai di covata uno va tolto e sostituito con un telaio con foglio cereo da costruire. Si procede in questo modo:

Si cerca un telaio con una bella cella reale e con tanta covata e si mette nella cassetta di polistirolo. Se quella famiglia non ha celle reali ed è una famiglia che noi conosciamo per averci già dato delle soddisfazioni negli anni prima con una buona produzione e un buon grado di mansuetudine, allora cerchiamo  un telaino di covata che abbia anche della covata fresca, insomma delle uova. Ci si deve fare un po’ l’occhio sulle uova; per vederle bisogna trovare la giusta inclinazione del telaio per riuscire a vedere il fondo delle celle. Sono dei bastoncelli bianchi quasi invisibili.

Tolto un telaio con covata fresca lo si mette al centro della cassetta vuota. Al posto del telaio sottratto alla famiglia forte si mette il foglio cereo in posizione tra l’ultimo telaio di covata e il primo di scorte in modo che le api lo costruiscano alla svelta e lo riempiano subito di covata che ci servirà di lì a 15 giorni per rinforzare altre famiglie o fare altri nuclei. E’ ovvio che, durante tutte queste operazioni si dovrà fare molta attenzione a non togliere alla famiglia forte un telaio di covata su cui sta la regina, sennò la famiglia forte resterà orfana e non farà l’acacia o ne farà pochissima perché dovrà farsi una nuova regina. Molti marchiano le regine sul dorso per renderle ben visibili e non rischiare di spostarle in posti sbagliati. Poi si passa ad un’altra famiglia forte e si contano i telai di covata e, se anche questa famiglia è forte si può darle spazio togliendo anche a lei un telaio di covata con le stesse modalità usate per l’arnia precedente. C’è da dire che prima di creare sciami artificiali si devono, con i telai di covata in più, rinforzare le famiglie deboli. Ci sono anni in cui si possono fare sciami nuovi perché le famiglie sono uscite forti da un inverno mite ed anni in cui l’inverno ha fatto strage di famiglie e le poche che si sono avanzate sono deboli e si fa fatica a trovare telai di covata da devolvere in beneficenza, come il caso di questa primavera 2004.

Una volta che si son tolti 3 telai di covata, per completare il nuovo sciame non ci resta che mettere in fianco ai telai di covata due telai di scorte, pieni di miele, o con molto miele. Poi l’ideale sarebbe di portarli ad almeno 3 km. di distanza per fare in modo che le bottinatrici rimangano a lavorare per la nuova famiglia invece di tornare a casa se fossero tenute nel posto nel quale sono già abituate a vivere.

Questo nucleo nuovo che si sarà creato andrà controllato dopo una settimana per vedere se le api hanno fatto le celle reali dalle quali nasceranno le regine. Se ne hanno fatta più d’una, come succede di solito, alcuni apicoltori lasciano solo la più bella. Altri sono del parere di lasciar fare alla natura e tenere la regina che di lì a 16 giorni nascerà per prima ed eliminerà le altre.

Tutta questa procedura per creare sciami artificiali andrà fatta, come detto prima, solo se c’è abbondanza di telai di covata. Negli anni in cui le famiglie sono deboli bisognerà, con le poche forti, cercare di aiutare le deboli a rinforzarsi.

Durante i controlli primaverili bisognerà anche, facendo passare uno ad uno i telaini, vedere se la covata è sana o ha dei problemi sanitari. Sono problemi dei quali parlerò nel paragrafo sui nemici delle api. In ogni caso la covata, quando la si osserva dev’essere leggermente sporgente dalla cella, un pochino a cupola. Quella dei maschi è molto più sporgente di quella femminile perché sono grandi una volta e mezza le femmine. Nella covata femminile, quella in posizione centrale, non ci dovranno essere opercoli dalla volta incassata, incavata e con buchi dal fondo scuro e liquido.

Questi sintomi sono terribili perché riguardano una delle malattie più temute dagli apicoltori, la peste americana, della quale parleremo più avanti.

 

METODO DEL TELAIO-TRAPPOLA PER CONTENERE LA VARROA

Una operazione che si può mettere in pratica in questo periodo è il controllo della varroa per mezzo dei telai trappola. Se l’inverno è stato bello e le famiglie sono uscite forti, si può cercare di contenere il numero delle varroe, l’acaro parassita delle api, ricorrendo ai suddetti telai trappola. Ne esistono di alcuni tipi; io uso semplicemente un telaino da nido senza nulla, ne foglio cereo ne fili, solo il legno. E procedo in questo modo: individuo le famiglie che, all’inizio di aprile, hanno almeno 4 telai di covata ed hanno perciò un bel numero di api che hanno una grande voglia di lavorare e costruire favi. Apro l’arnia di queste famiglie che ho scoperto forti nel mese di marzo e, contati i telai di covata, vado a mettere un telaio senza niente tra l’ultimo di covata ed il primo di scorte in sostituzione di uno di scorte che metto da parte per famiglie bisognose. Le api dopo una settimana avranno costruito un favo tra le 4 pareti di legno e l’avranno riempito di covata maschile. Visto che la varroa è un parassita della covata e che preferisce quella maschile perché più sostanziosa, noi, eliminando con un coltello tutto il favo costruito pieno di covata maschile opercolata, eliminiamo anche un bel po’ di varroa da quella famiglia. Perciò la procedura sarà la seguente. Dopo una settimana che abbiamo messo il telaio trappola, rifacciamo il giro di tutte le famiglie che ce l’hanno e ci portiamo dietro una sporta di plastica. Apriamo l’arnia, togliamo il diaframma che sta vicino alla parete dell’arnia e poi togliamo i vari telai fino a che non troviamo quello che non ha i fili sul legno di sopra che poi è il telaio trappola. Qualcuno scrive sul legno del telaio trappola TT per renderlo immediatamente riconoscibile. Si toglie, si scuotono le api nell’arnia, fino all’ultima e poi si ritaglia tutto il favo gettandolo nella sporta. Poi si rimette al suo posto, riposizionando tutti i telai com’erano prima e si richiude. Poi si passa alla successiva e così via per 3 volte in 3 settimane.

 

Il mese di aprile è il più importante della stagione apistica. Ci sono tante cose da fare e sono tutte rivolte a far si che le nostre famiglie d’api siano forti e numerose per affrontare la fioritura della robinia che ci fornirà il miele cui teniamo di più nella nostra zona, quello di acacia. La maggior parte dei lavori che abbiamo fatto in laboratorio durante l’inverno, infilatura dei telai, preparazione sui telai dei fogli cerei, preparazione dei melari ripuliti dalla propoli delle arnie, ora, tra aprile e maggio saranno serviti a fornirci tutto quello che ci serve per lavorare.

 

CATTURA DEGLI SCIAMI

Il mese di aprile e gli inizi di maggio è il periodo in cui le famiglie diventano così forti da doversi dividere per i problemi di spazio di cui parlavo in precedenza e perché, in ogni caso la natura ha voluto che il loro sistema riproduttivo fosse quello.

Abbiamo già detto il motivo per cui noi non desideriamo che le api scelgano loro il momento in cui dividersi. Il nostro obiettivo è quello di avere famiglie forti per raccogliere molto miele di acacia, ed anche i successivi. Se si dividono in due famiglie non avremo più una famiglia forte ma due deboli che diventeranno forti prima dell’inverno, ma che ci impediranno di fare un buon raccolto di acacia che è comunque il principale dei nostri obiettivi. Dei sistemi per cercare di prevenire la sciamatura abbiamo già accennato prima. Siccome le famiglie per fare un buon raccolto di acacia devono essere con almeno 5 telai di covata, tutti quelli in più andranno tolti mano a mano che ci serviranno per rinforzare le famiglie deboli e per fare sciami artificiali. Le famiglie che già all’inizio di aprile avranno 5 telai di covata potranno essere usate per raccogliere il miele di tarassaco. Mettendo un melario avranno più spazio perché un po’ di api andranno di sopra. Per evitare che anche la regina ci vada a deporre covata nel melario, sarebbe meglio mettere delle griglie che si chiamano escludiregina. Per scoraggiare la sciamatura inoltre ci si deve ricordare di eliminare le celle reali alle famiglie che sono forti e che si teme che sciamino.

Se tuttavia tutti questi accorgimenti non dovessero bastare e le api scappano ugualmente esistono dei sistemi per riprendersele e rimetterle in produzione.

Quando le api decidono che è il momento di lasciare l’arnia in cui abitano si rimpinzano di miele, fanno una scorta che basta loro almeno 3 giorni e da loro l’energia per volare lontano e costruire i nuovi favi di cera nel luogo in cui riterranno idonea la costruzione del loro nuovo nido. La regina dimagrisce per poter affrontare il lungo volo che la porterà con le operaie e un po’ di fuchi nella nuova dimora. Ad un certo punto, come spinte da una forza occulta, in realtà si tratta di segnali trasmessi da feromoni, tutte le api operaie bottinatrici che sono in quel momento nell’arnia e la regina escono ed iniziano a formare una nuvola turbinosa sopra l’apiario che piano piano si sposta e, nel giro di una decina di minuti o un quarto d’ora si va a posare su di un ramo o su un tetto o anche per terra. La regina per prima va a posarsi sul ramo e poi nei 5 o 10 minuti successivi anche le altre api le si fanno intorno a proteggerla e a formare una grossa massa formata da qualche kg. di api, lo sciame appunto. Questa è la sciamatura. Una volta posate sul ramo di sosta, alcune decine di operaie, che si chiamano esploratrici, partono in perlustrazione alla ricerca di un posto che si presti, per la posizione protetta, a far da nuova casa. Ed è in questo momento che si deve intervenire per catturare lo sciame. Noi non sappiamo quanto tempo le esploratrici ci metteranno a trovare il posto adatto per la nuova casa. Sappiamo che quando lo trovano tornano e fanno dei voli particolari che si chiamano danze e che servono per segnalare allo sciame appeso che il posto nuovo è stato trovato. Quando lo sciame vede tornare le esploratrici che fanno quel particolare tipo di danza, ricomincia a turbinare e rapidamente, nel giro di pochi minuti se non addirittura secondi se ne va lontano e noi lo perdiamo. Questo per dire che prima agiamo e meglio è. Io agisco in questo modo quando vedo uno sciame appeso da qualche parte. Se siamo in fioritura della robinia prendo un’arnia vuota e vado con l’arnia vicino ad una famiglia che so essere forte, con tanti telai di covata, la apro e ne prendo uno, do un colpetto e rimetto le sue api nella loro arnia e, al posto del telaio con covata ne metto uno già costruito.

Il telaio con solo la covata lo metto al centro dell’arnia vuota e lateralmente ci metto 4 telai con del miele solo nella parte alta e poi il diaframma, in modo da tenere occupati solo 5 telai dalle api. Poi vado dove sta appeso lo sciame, prendo in mano il ramo senza usare fumo ovviamente. Le api quando sciamano sono particolarmente tranquille e non pungono. Agguantato il ramo, lo taglio a monte della mano, poi scendo dalla scala sulla quale ero salito per raggiungerlo. Il tutto molto dolcemente, senza scosse per evitare di innervosire le api e farle rialzare in volo. Poi deposito il ramo con lo sciame sopra ai telai sull’arnia aperta. Le api, non appena si accorgono che uno di quei telai contiene della covata, li occupano e, nel giro di un’oretta si sono tutte sistemate sui telai, cosicché noi possiamo togliere il ramo e richiudere il coprifavo e rimettere l’arnia in fila con le altre. La cattura è finita. Di solito questo sistema funziona nel 90% dei casi. E’ quello che, secondo me funziona meglio.

Se non si dispone di covata si può provare a mettere dei fogli cerei o meglio ancora dei favi già costruiti sporchi di miele e in questo caso funziona al 70%.

Una volta messa l’arnia con lo sciame in linea con le altre, aspettiamo un giorno e poi, sempre se si sta raccogliendo l’acacia e non si vuole rinunciare del tutto al raccolto di quella famiglia si può mettere su il melario allo sciame catturato. Essendo composto al 95% da bottinatrici ed essendo strette in 5 favi nel nido, per stoccare il miele dovranno portarlo di sopra, cioè a noi. Quando avremo visto, dopo una settimana, i telai del melario dalla parte in cui stanno le api che si sono riempiti ed opercolati, giriamo il melario di 180° per fare in modo che le api riempiano anche l’altra parte di melario. Finita la fioritura dell’acacia faremo completare il nido con miele millefiori che è meno pregiato dell’acacia aggiungendo poco alla volta, uno alla settimana, un nuovo telaio con foglio cereo.

 

MAGGIO

Se ad aprile le famiglie non erano abbastanza forti per raccogliere il miele di tarassaco, in questo mese si comincia con la grande produzione di miele perché fioriscono le robinie. In pianura fioriscono le prime e in alta collina le ultime.

Dalla fine di aprile in pianura si arriva alla prima settimana di giugno con quelle dei fondovalle collinari che sono le ultime. Se abbiamo lavorato bene le famiglie sono tutte o quasi pronte per il raccolto del miele di acacia. Sono su almeno 5 telai di covata e con il nido già pieno di miele millefiori appena raccolto. Abbiamo fatto in modo che avessero abbastanza spazio per non scappare ma non abbastanza per accumulare altre scorte di sotto. Così sono pronte per portare il miele di sopra.

Per ottenere un miele il più puro quindi il più pregiato possibile è importante metter su i melari al momento giusto e toglierli anche al momento giusto. Per fare un miele monofora si deve raccogliere solo nettare di una specie, perciò la tempestività nel mettere e togliere i melari è importantissima. Verso la prima settimana di maggio si tengono d’occhio le robinie, che peraltro già teniamo d’occhio da almeno un mese, e si tengono d’occhio anche le condizioni delle famiglie. Quando si vedono le prime robinie sbocciare è il momento di mettere i melari a quelle famiglie che hanno già tutto pieno il nido e stanno cominciando ad ‘imbiancare’, cercano cioè di costruire con cera bianca e nuova sotto al coprifavo per poter immagazzinare il miele di robinia perché sotto è già tutto pieno. Si mettono su i melari per prime a tutte le famiglie più forti e poi via via a tutte le altre che lo sono abbastanza da fare una buona produzione. Io di solito, se vedo che una famiglia non ha ancora occupato tutto il nido, metto il diaframma e la stringo nei telai che occupa e metto su il melario, in modo che il miele in più non lo metta nei telai da nido ma in quelli del melario.

Il nido glielo faccio completare in seguito col millefiori.

Dopo 5 o 6 giorni, se i melari messi erano coi telai già costruiti, bisogna aprire i coprifavi, almeno quelli delle famiglie più forti per vedere a che punto sono col riempimento. Se ci sono molti fiori di robinia può darsi che siano già pieni ed opercolati i favi del melario, perciò bisogna aggiungere un altro melario sopra a quello pieno. Mentre le famiglie sane e forti stanno raccogliendo l’acacia bisogna comunque occuparsi anche di quelle famiglie che hanno dei problemi. Sulla quantità ce n’è sempre qualcuna che non funziona alla perfezione e che va recuperata.

Può darsi che si trovi una famiglia orfana. Ci si accorge dell’orfanità di solito perché non si trova covata fresca ma solo covata opercolata o anche assenza totale di covata.

E’ chiaro che una famiglia senza regina è destinata ad estinguersi. Perciò dobbiamo controllare se ci sono celle reali. In questo caso le api si sono accorte di essere orfane e stanno allevando una regina nuova che mandi avanti la famiglia. Un comportamento caratteristico delle operaie di una famiglia orfana è quello di stare con l’addome sollevato sul bordo dell’arnia quando la si apre e continuano a ventilare provocando un ronzio continuo, come se stessero cercando di richiamare al nido una regina che se n’è andata. Le cause dell’orfanità possono essere molteplici. A volte siamo noi apicoltori che le uccidiamo involontariamente durante le normali operazioni di controllo e spostamento dei melari e dei telai. A volte vengono ghermite da uccelli insettivori durante i voli nuziali all’esterno.

Qualche volta le api si ritrovano ad avere solo covata opercolata perché magari la regina è stata un po’ senza deporre prima di morire, per cui non riescono a costruire una cella reale a partire da un uovo e la famiglia resta con poca covata opercolata fino a non averne più del tutto. La cosa migliore da fare a questo punto è comperare una regina e metterla nell’arnia della famiglia orfana per fare in modo che la famiglia di lì a poco tempo inizi a riprendersi. Si compera la regina, che è venduta in una gabbietta di plastica con delle api operaie accompagnatrici e si mette la gabbietta tra due telai del nido tenuta sospesa da un legnetto, avendo cura di rimuovere il tappo di plastica.

A quel punto l’unico impedimento che ha la regina per uscire dalla gabbietta è il tappo di candito che viene appositamente messo per far si che le api orfane ci mettano 3 giorni a mangiarselo durante i quali si saranno abituate al feromone di quella regina. Se fosse messa nell’arnia senza la gabbietta col candito sarebbe eliminata dalle api orfane quasi sicuramente.

Un altro sistema per fare allevare una regina alle api orfane è quello di introdurre nel l’arnia orfana un telaio con covata fresca (uova) proveniente da una famiglia forte.

Ci vorrà più tempo però si può fare perché magari ci interessa avere una figlia di una regina che ci ha dato delle soddisfazioni in termini di produzione e longevità.

 

LE API FIGLIATRICI

Talvolta ci si accorge dopo un po’ di tempo dell’orfanità di una famiglia.

Si vede che la famiglia non funziona come tutte le altre, non fa miele e c’è poco volo davanti al predellino. La si apre e si vede che c’è solo covata maschile messa in modo disordinato nei punti dei telai in cui non dovrebbe esserci. In questo caso potrebbe darsi che la famiglia sia in queste condizioni: le api son rimaste orfane e non sono riuscite ad allevare una regina. Come obbedendo ad una estrema ratio molte operaie hanno cominciato a deporre uova utilizzando i loro organi riproduttivi che come sappiamo però non vengono utilizzati per l’accoppiamento. Il risultato finale è la nascita di soli maschi da uova non fecondate per il già menzionato fenomeno della partenogenesi.

E’ chiaro che una famiglia nella quale le operaie si vanno ad estinguere ed i fuchi sono la maggior parte è destinata a soccombere in breve tempo. Per cui non esiste altra scelta che lo sbarazzarsi delle api figliatrici. Se di operaie ce ne sono ancora molte e la stagione non è troppo avanzata (agosto-settembre) io levo le api figliatrici e metto una regina comperata nella gabbietta. La procedura che metto in atto è la seguente. Prendo l’arnia con le api figliatrici e mi allontano dall’apiario una quarantina di metri o anche meno. Apro la cassa e scuoto tutte le api per terra. Telaio per telaio tutti e 9. Vi avverto che loro non sono felicissime di questo trattamento e faranno di tutto per dimostrarvelo. Buttate tutte le api nell’erba, rimetto i telai al loro posto e vado a riportare l’arnia al posto in cui stava prima. Cosa succede ora?

Tornano all’arnia tutte le api tranne le api figliatrici. Perché sono api che non hanno mai volato fuori dell’arnia e non sanno come tornare. A questo punto abbiamo una famiglia a cui manca solo la regina. Dopo un giorno io metto la regina nella gabbietta e di solito l’accettano. Se la stagione è avanzata e le api non sono molte, si buttano fuori le api ed invece di rimettere l’arnia al suo posto, si avvicinano le due arnie che aveva di fianco in modo che le api che tornano vengono recuperate facendole entrare dalle vicine che all’inizio non le tratteranno proprio a braccia aperte ma che in seguito, soprattutto se le orfane si presenteranno con polline o nettare, saranno anche disposte a chiudere un ocello…come si dice, chi bussa coi piedi è sempre ben accetto.

 

In qualche caso si è costretti a dover sacrificare una regina che depone poco o affatto.

Pur di salvare la famiglia si deve eliminare una regina che non è in condizioni di fornire api attraverso una buona ovodeposizione. Talvolta ci capita di aprire arnie che hanno la regina ma non hanno covata. Magari si tratta di una regina ormai vecchia che si trascina per l’alveare senza produrre. In quel caso saremo costretti ad eliminarla per far posto ad un’altra più giovane e produttiva che andremo ad introdurre con la gabbietta come ho descritto in precedenza.

Il mese di maggio è quello interamente dedicato all’acacia. Ci sono famiglie particolarmente forti che arrivano a produrne anche 3 melari.

Il lavoro di sostituzione dei melari si esegue in questo modo:   

i metodi per togliere il melario pieno sono due. Uno è quello di usare il soffiatore e l’altro è quello in cui si usa l’apiscampo. Io preferisco il secondo in quanto è sicuramente il meno violento.

Chi usa il soffiatore dovrebbe usare anche l’escludiregina, la griglia di cui ho già parlato in precedenza che impedisce alla regina di salire a melario. Questo per evitare che, col soffiatore a spalla, si finisca per orfanizzare una famiglia in pieno raccolto.

Si mette il melario pieno verticale sull’arnia vicina e si soffiano via le api, si tira via il melario pieno e si mette quello vuoto al suo posto.

Col metodo dell’apiscampo invece si agisce in questo modo: si posa l’apiscampo sul tettuccio dell’arnia vicina a quella da aprire per sostituire il melario; dev’essere posato con il buco grande verso l’alto. Poi si toglie il tettuccio dell’arnia da aprire e si mette girato col bordo verso l’alto sul tettuccio dell’altra arnia vicina. Poi si apre il coprifavo dell’arnia  e si posa a terra verticale. Si toglie il melario in alto, quello non ancora pieno e si mette appoggiato sul bordo del tettuccio dell’arnia stessa che abbiamo posato sull’arnia di fianco. Si toglie il melario pieno di miele che dobbiamo evacuare dalle api e lo si poggia sull’apiscampo che avevamo tenuto un pochino sporgente per poterlo sollevare assieme al melario pieno. A questo punto si prende il melario mezzo pieno e si mette a contatto del nido, dopodiché vi si appoggia sopra il melario pieno con sotto l’apiscampo, in modo che ora siano invertiti e le api dal melario pieno che sta sopra, nel giro di un paio di giorni vadano di sotto, nel melario non ancora pieno e quello pieno lo si possa togliere perché spopolato dalle api.

Alla fine del mese si dovrà fare molta attenzione a non mischiare nei melari il miele di acacia quando la fioritura delle robinie starà per volgere al termine. Siccome il miele per essere maturo dev’essere all’interno di celle chiuse, opercolate, noi dobbiamo togliere alle api i melari quando abbiano almeno 6 su 8 o 9 telai opercolati, altrimenti rischiamo di smielare del miele troppo ricco di acqua, troppo umido che rischia di fermentare. Se alla fine della fioritura della robinia ci sono dei melari che non sono ancora completati i casi sono due: o togliamo i telai che contengono l’acacia e sono già opercolati o facciamo completare i melari misti con la fioritura successiva avendo cura di mettere da parte questo miele per poi venderlo come millefiori.

 

GIUGNO

Qui in Oltrepo il mese di giugno è quello del raccolto del castagno o del tiglio.

A volte capita, come l’anno scorso che  si riesca a fare anche un melario di millefiori tra quelli di acacia e quelli di castagno. Ma le famiglie devono essere proprio belle forti. In questo periodo una cosa importante è verificare l’umidità del miele prima di estrarlo dai melari. Per poterlo fare si deve usare un mieleometro o refrattometro, uno strumento che serve a misurare umidità e grado zuccherino del miele. Se la percentuale di acqua è superiore al 18,5% è consigliabile deumidificarlo.

Si prendono i melari e li si mette, uno sull’altro sfalsati con uno vuoto al primo posto in basso per consentire la circolazione dell’aria, in una stanzetta piccola che viene chiamata camera calda nella quale si accende una stufetta e un deumidificatore che vengono lasciati funzionare per un paio di giorni di seguito, dopodiche si torna a misurare l’umidità del miele. Se è scesa sotto al 18% si può smielare.

Se non si dispone di una camera calda si possono coprire i melari impignati con un cellophane sotto al quale si mette stufetta e deumidificatore.

Sempre in questo mese si deve fare molta attenzione a non trascurare le eventuali famiglie deboli o orfane o con i problemi descritti nel mese precedente.

Io di solito non mi preoccupo di controllare troppo le famiglie che vedo attive e produttive. Vado ad aprire le arnie delle famiglie che vedo poco produttive e deboli.

Ed intervengo nei modi già descritti prima.

In questo mese sono molti gli apicoltori che producono nuove famiglie. La disponibilità di nettare e polline fa si che non manchino le energie ai nuovi nuclei per completare il nido.

Chi decide di fare nuovi nuclei dopo l’acacia può prelevare telai di covata e di scorte che mette nelle nuove arnie, facendo fare loro la regina nuova dalla covata fresca, come si faceva in aprile con i telai di covata in esubero.

Io di solito mi regolo in questo modo: se le famiglie sono forti alla ripresa primaverile faccio i nuovi nuclei in aprile coi telai di covata che tolgo. Se invece le famiglie sono deboli e devo fare dei nuclei nuovi aspetto in giugno o non li faccio per quell’anno nel timore di indebolire delle famiglie che si sono finalmente riprese.

Il mio orientamento comunque resta quello di fare nuove famiglie d’api solo in aprile e quando ovviamente le famiglie sono uscite dall’inverno forti.

Qualcuno in giugno ‘spacca le casse’, nel senso che divide le famiglie più forti in due e gli fa completare il nido con i telai con foglio cereo sia a quella con la regina che a quella metà che la regina non l’ha ma se la deve fare e che va spostata, per motivi strategici ad almeno 3 km. di distanza per farle avere le bottinatrici necessarie alle normali funzioni.

 

LUGLIO

Questo è il mese più caldo dell’anno, quello in cui noi lavoriamo peggio per via delle temperature alte e quello in cui le api lavorano più volentieri soprattutto se c’è un caldo umido, afoso, infatti con assenza di vento il nettare è molto fluido e le api bottinano a tutto spiano. Normalmente nella zona collinare si raccolgono, a seconda delle zone, due tipi di miele, il millefiori e l’erba medica. Nelle zone pianeggianti vicino ai fiumi o comunque umide è il periodo di raccolta del miele di melata per la presenza della Metcalfa Pruinosa che parassitizza gli alberi.

Per il resto i lavori nell’apiario sono, più o meno quelli di giugno.

Si devono controllare soprattutto quelle famiglie che non riempiono i melari perchè sono quelle che hanno dei problemi, che noi dobbiamo scoprire per risolverli e poterle salvare e rinforzare prima dell’inverno.

In questo periodo le grandi fioriture nella nostra zona sono quelle di erba medica e, dove c’è, il girasole. Inoltre la diffusione della Metcalfa anche nelle zone dei fondovalle collinari consente di aromatizzare il millefiori con una certa percentuale di raccolto di melata. Un’altra pianta che da dell’ottimo ed abbondante nettare è la lavanda che è abbastanza diffusa come pianta ornamentale un po’ in tutti i giardini.

E verso la fine del mese fa la sua presenza, sempre lungo i torrenti anche la Verga o Spiga d’oro (Solidago virgaurea) una composita dalle infiorescenze di fiori gialli che fornisce una grande quantità di nettare e polline fino a metà settembre.

 

AGOSTO

In questo mese i due lavori più importanti che si presentano sono il cosiddetto trattamento tampone contro la varroa, il più pericoloso parassita delle api che, in questo periodo, è presente anche su molte api adulte oltre che nella covata. L’altro lavoro è quello di tenere sotto controllo le condizioni delle famiglie, soprattutto se le regine lavorano e depongono. Quindi bisognerà controllare quanti telai di covata hanno le famiglie e se sono forti. E’ importante che le regine depongano molto per rinforzare le famiglie prima dell’inverno, stagione nella quale la regina non depone e non c’è ricambio d’api. Alla fine di ottobre, inizio novembre, la maggior parte delle regine smette di deporre uova e, da quel momento in poi le api nell’alveare inizieranno a diminuire di numero dato che quelle che muoiono non vengono rimpiazzate. Diminuiscono al punto che alla fine della stagione fredda se ne saranno salvate si e no un quinto di quelle che c’erano in ottobre. Per questo è importante che prima della stagione fredda ci siano molte api nelle famiglie. Avremo più probabilità di ritrovarci con ancora le nostre colonie alla fine del freddo. Perdere le famiglie durante l’inverno significa perdere reddito e gli strumenti del nostro lavoro.

Le famiglie devono essere forti e sane. Perciò agosto è anche l’ultimo mese utile per cambiare regine che, non rendendo, mettono a repentaglio il futuro della loro famiglia e quindi della nostra, ovviamente.

Per cui se si notano famiglie che non producono ed hanno meno api delle altre, vanno indagate e, se si scopre una regina vecchia che, ad esempio, fa molti fuchi e poche operaie o ha poca covata, la si deve, poveretta, giustiziare senza pietà perchè rischia di non riuscire a portare quella famiglia in primavera. Dopo averla eliminata si provvederà ad introdurre una regina comperata e già pronta a deporre uova.

In agosto non si devono far fare le regine alle famiglie a partire dalle uova, ci vuole troppo tempo e la regina che nasce non riesce a rinforzare abbastanza la famiglia con nuove nascite prima della ferma invernale.

Per essere sane le api devono avere meno nemici possibili. Ed uno dei più micidiali nemici delle api è l’acaro varroa che si attacca al loro corpo fino a farle morire.

A seconda del livello di infestazione che si nota durante le visite di controllo, il trattamento cosiddetto tampone può essere fatto dai primi di agosto fino alla fine del mese. Siccome i trattamenti da fare sono 3 a distanza di una settimana uno dall’altro e ci vuole una temperatura superiore ai 15°C, è consigliabile, per poter disporre di questa temperatura, iniziare col primo trattamento verso la prima settimana del mese.

Il trattamento si chiama tampone perchè serve a tamponare, controllare la presenza della varroa, a diminuire il numero degli acari ed è fatto non direttamente sulle api come quello che si farà più avanti con l’acido ossalico.

Per effettuare il trattamento agostano si usano delle pastiglie di materiale inerte, spugnoso imbibito di oli essenziali di mentolo, timolo ed eucaliptolo.

Questo, essendo un trattamento a base di sostanze vegetali, è consentito anche a coloro che fanno apicoltura biologica. Un altro tipo di trattamento che si può fare è quello chimico con l’utilizzo di presidi sanitari di tipo sintetico.

Io personalmente preferisco usare gli oli essenziali. Finora sono riuscito a tenere sotto controllo il parassita in questo modo e non credo che cambierò sistema.

Questo tipo di controllo del numero delle varroe con l’impiego degli oli essenziali dev’essere per forza fatto in estate quando le temperature alte consentono agli oli di essere rilasciati all’interno dell’arnia attraverso la loro evaporazione. Il gas emanato dagli oli essenziali uccide una buona parte delle varroe facendole staccare dalle api e facendole cadere nel cassettino sul fondo dell’arnia. Infatti, già dopo qualche giorno dal primo trattamento, si possono vedere nel cassettino molte varroe morte e, ognuna di loro ha fatto morire un’ape in meno. Il trattamento va fatto nel modo che spiego di seguito.

 

                       TRATTAMENTO TAMPONE CONTRO LA VARROA

Quando si decide che è venuto il momento di fare il trattamento con gli oli essenziali, e cioè verso la prima settimana di agosto, si devono mettere gli apiscampi a tutte le famiglie che hanno melari sull’arnia e, dopo un paio di giorni, vuotati delle api, vanno rimossi e messi in mieleria per essere smielati o deumidificati.

Ora ci sono negli apiari solo i nidi e la stagione della raccolta del miele è finita.

Il trattamento infatti va fatto senza i melari per due motivi. Il primo è che gli oli essenziali evaporando trasmettono un po’ del loro aroma al miele e questo non è che sia dannoso per la nostra salute, ma in qualche modo si pensa che alteri un pochino l’aroma naturale del miele. Il secondo è che, con la presenza del melario la cassa è più grande e la concentrazione dell’aerosol prodotto dagli oli è minore e quindi meno efficace ai fini del controllo del parassita.

Comunque si procede in questo modo. Si apre la confezione con dentro le due pastiglie del prodotto imbibito di oli, si posa la pastiglia sul tettuccio di un’arnia e si divide in quattro con la leva. Poi si apre l’arnia e si posa a terra il coprifavo.

I quattro pezzi rettangolari della pastiglia vengono depositati sopra le stecche dei telai del nido in modo che siano equidistanti tra loro e disposti vicino ma non troppo agli angoli dell’arnia, circa una decina di cm. Poi si richiude l’arnia e si passa alla successiva, dopo aver preparato già divisa la prossima pastiglia.

Questa procedura va ripetuta dopo una settimana e poi, per l’ultima volta, dopo 15gg.

Ed ogni volta che si mettono le pastiglie nuove vanno gettati i residui di quelle vecchie.

Dopo una settimana dall’ultimo trattamento saremo in settembre e sarà il momento di

rimuovere dalle arnie i residui delle ultime pastiglie.

 

SETTEMBRE

Tolti i residui dell’ultimo trattamento se la stagione ha un andamento tipico e regolare le api stanno facendosi la scorta di miele nei favi laterali e stanno raccogliendo i nettari di fine stagione: medica, solidago, topinambour, etc.

Quando le fioriture sono ormai insignificanti e le api raccolgono poco, bisognerà fare i controlli per verificare le quantità di miele a disposizione di ciascuna famiglia.

E dare anche un’occhiata per l’ultima volta ai telai di covata. In questo periodo si devono aiutare le famiglie deboli ad affrontare la stagione brutta, per cui si dovranno mettere in pari le famiglie mettendo scorte di miele a chi ne ha poche e togliendone a chi ne ha troppe. E poi, se ci sono famiglie con poche api andranno aiutate con qualche telaio di covata. Una bella cosa che si può fare in questo periodo e dare i melari da ripulire alle api. I melari svuotati dal miele che giacciono in mieleria impignati si mettono sopra alle arnie, anche 3 o 4 alla volta con un apiscampo che li divide dal nido. Gli apiscampi hanno, di solito, una lamierina che chiude un’apertura rotonda che serve a far entrare le api una volta impilati i melari sull’arnia. Dopo un paio di giorni questa lamierina viene richiusa e le api potranno solo scendere nel nido e non più salire, così i melari potranno essere riportati in mieleria e stoccati belli puliti e senza residui di miele fino alla primavera successiva. E’ meglio se non restano residui di miele perchè potrebbero assorbire umidità e fermentare acquisendo un odore non molto gradevole che andrebbe a mischiarsi in primavera a quello del miele di acacia.

 

OTTOBRE

Il lavoro che l’apicoltore deve svolgere all’aperto va via via calando. Si ha veramente del tempo libero ora. Le cose da tener d’occhio in questo periodo sono le scorte di miele e di polline. Per cui è buona norma fare ancora un bel controllo prima di augurare alle api un buon inverno. Il controllo è volto a far si che tutte le famiglie abbiano almeno 3 o 4 telai di miele per affrontare la stagione fredda. Una cosa che faccio io è togliere i telai vuoti man mano che le api se li vuotano e restringerle durante l’inverno tenendo vicino al glomere i telai pieni di miele, per far si che le api non debbano andarli a cercare staccandosi troppo dal glomere e prendendo freddo per riuscire ad alimentarsi. Insomma i telai col cibo devono stare vicini alle api e non ci devono essere telai ormai vuoti a separarli da quelli pieni. Quindi una famiglia che all’inizio dell’inverno ha i suoi 9 telai, alla fine può darsi che ne abbia 5 o 6 se non meno.

In ottobre si devono quindi distribuire le scorte, togliendone a chi ne molte per darne a chi ne ha poche. E’ tutto un mettere e levare telai di miele da un’arnia all’altra. E’ ovvio che per poter fare una cosa del genere si deve essere sicuri di non aver malattie nell’allevamento, sennò così facendo infettiamo tutte le api.

Se non si dispone di telai pieni di miele la nutrizione va fatta, in questo periodo, col candito, nel modo che ho già descritto in precedenza. Una cosa che sconsiglierei è il riutilizzo del miele di dubbia provenienza e di quello che ci pare che abbia un odore di fermentato. Non vale la pena di far rischiare alle nostre operaie dei disturbi intestinali che si possono rivelare micidiali.

Se due famiglie sono deboli, con poche api, si possono riunire senza stare a far troppo caso al fatto che ci siano nella stessa arnia due regine. A volte rimangono in due anche per tutto l’inverno. Una volta mi è capitato di riunire due famiglie e queste si erano sistemate ai due lati opposti dell’arnia ciascuna con le api divise in una sorta di coabitazione pacifica. In primavera non ho fatto altro che separarle nuovamente.

Oppure, come succede quasi sempre, le due famiglie si mettono assieme e poi, quando sarà il momento della resa dei conti, le api decideranno che regina tenersi ed elimineranno l’altra.

Una cosa da controllare è che le arnie siano disposte ben sollevate da terra, almeno una trentina di cm. e le portine con la griglietta disposte nella posizione invernale, con pochi buchi, o quantomeno che ci sia una griglietta dalla quale solo le api possano passare. I topolini che si introducono a passare l’inverno nelle arnie senza griglia fanno di quei danni. Si pappano tutti i telai pieni di miele.

 

NOVEMBRE

Non è molto diverso dal mese precedente se non perchè è il mese in cui di solito si fa il trattamento diretto contro la Varroa Jacobsoni, il nemico numero uno delle api. Questo trattamento va fatto in assenza di covata, per cui se durante l’ispezione dei telai se ne troveranno ancora con della covata, conviene rimandare al mese successivo.

Il trattamento è a base di acido ossalico, che può essere fatto in due modi, per sublimazione o per bagnamento delle api. Entrambe i tipi di trattamento vanno fatti in una giornata in cui la temperatura esterna sia così mite da consentire alle api di uscire in volo.

Il trattamento per sublimazione va fatto con un apposito fornello su cui va posto l’acido ossalico che è una polverina bianca fine che, col calore si sublima appunto producendo dei vapori che penetrano nell’arnia facendo morire le varroe. Il fornello rotondo su cui sta la polvere va spinto nell’arnia da sotto l’entrata sul predellino di volo. Personalmente preferisco il secondo metodo, quello dell’innaffiamento delle api perchè ritengo il primo metodo un po’ troppo aggressivo che può causare anche una certa mortalità tra le api. Oltretutto la sublimazione va fatta indossando una maschera antigas perchè i vapori dell’acido inalati sono molto pericolosi e questo, di per sè, rappresenta una bella scocciatura. Perciò qui di seguito andrò a descrivere il metodo che ho sempre usato io e che ho finora trovato efficace.

Si prende un litro di acqua calda e vi si sciolgono 400 gr. di zucchero. Una volta sciolto lo zucchero si sciolgono assieme 80-100 gr. di acido ossalico e poi si lascia intiepidire qualche minuto, dopo di che si va nell’apiario e si inizia ad aprire la prima arnia. Si conta il numero di telai occupati dalle api e si aspira con una siringa di plastica lo stesso numero moltiplicato per 5 di cc. Per cui se una famiglia occupa 6 telai si aspirano 30cc. di liquido senza l’ago della siringa e poi si fa sgocciolare poco alla volta il liquido tra un telaio e l’altro in modo da bagnare le api. Finito il liquido si richiude l’arnia e si passa alla successiva e via fino alla fine. E’ importante smettere il lavoro quando ci siano, a disposizione delle api, ancora almeno un paio d’ore di temperatura che consenta loro il volo, questo per fare in modo che abbiano la possibilità di asciugarsi prima che torni il freddo della sera.

 

DICEMBRE

Siamo in quasi totale riposo dal punto di vista del lavoro con le api. Tutto quel che faccio è dare un’occhiata veloce al volo quando ci sono le belle giornate per vedere se tutte le famiglie sono vitali ed escono per i voli di purificazione. Provo da dietro a sollevare le arnie per sentire se ce n’è qualcuna leggera alla quale aggiungere qualche telaio di miele. Se qualcuno non ha ancora fatto il trattamento con l’acido ossalico lo può fare anche in dicembre, sempre ovviamente in una bella giornata di volo con temperature tiepide. Per il resto mi pare di aver detto tutto.

 

Se mi sono dimenticato qualcosa non vogliatemene, eventualmente riprenderò il file per aggiornarlo con le dimenticanze.